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Un plastico rumore. Baldo Diodato a Salerno

Piacevolmente irrequiete e argentine, legate a un modellato che accoglie e registra alcune superfici quotidiane, rivestimenti stradali su cui è possibile leggere per assenza il viaggio dell’uomo e per presenza la traccia irresistibile delle società e della loro storia, le opere di Baldo Diodato (Napoli, 1938) impaginate da Paola Verrengia sono segnali di un timbro creativo in cui l’azione dell’artista si protrae nel tempo, depositata come impronta sulla materia.
Accanto a una seducente performance (organizzata in occasione della 15esima Giornata del Contemporaneo e accompagnata da un intervento musicale di Antonio Caggiano) che ha visto la partecipazione attiva del pubblico nell’articolare una grande festa dell’arte, Tappeto Sonoro sottopone al pubblico un ventaglio di opere – tra queste abbiamo carte storiche come One hour footing (1979) e i più recenti Tappeto in musica (2010), Sanpietrini romani (2014), Sanpietrini bianchi (2014) e Sanpietrini rossi (2014), Mattoni a spina di pesce (2015) o Tela Macro (2019) – che sembrano muoversi tra lo stiacciato donatelliano e il frottage recuperato da Max Ernst per scavalcare il fosso delle mode e porre al centro dell’attenzione quello che Achille Bonito Oliva ha definito “un inciampo”: e “non solo nello sguardo dello spettatore ma anche per il suo corpo”.

Antonello Tolve

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