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Tra identità, sorveglianza e desiderio. Il Padiglione del Taiwan a Venezia

Si muove tra rievocazione storica, distopia tecnologica e strategie di liberazione il Padiglione di Taiwan alla Biennale Arte di Venezia, affidato a Shu Lea Cheang (1954) e curato dal filosofo Paul B. Preciado. L’artista, da sempre interessata alle tematiche di genere e pioniera assoluta della sperimentazione con le tecnologie digitali e di rete – il suo progetto Brandon (1998-99), recentemente restaurato, è stata la prima opera di net art commissionata dal Guggenheim di New York – ha portato in Laguna una grande installazione site-specific.

UN PANOPTICON CONTEMPORANEO

L’ispirazione viene dalla location: il Taiwan utilizza da anni uno spazio all’interno di Palazzo delle Prigioni, in Piazza San Marco, sede delle carceri veneziane dal Rinascimento fino al 1922. Il luogo è famoso soprattutto per aver ospitato Giacomo Casanova, che fu imprigionato in una cella del palazzo per alcuni mesi nel Settecento prima di trovare la via di fuga. Lo scrittore e avventuriero italiano è infatti uno dei dieci protagonisti di 3x3x6, il progetto di Shu Lea Cheang. L’artista ha selezionato una serie di personaggi che hanno in comune il fatto di aver trascorso del tempo in prigione con accuse legate alla sfera sessuale, all’identità di genere e in più in generale a comportamenti ritenuti deviati rispetto alle norme della società in fatto di estetica e comportamenti. Ci sono nomi famosi come quelli del Marchese De Sade e di Michel Foucault, ma anche sconosciuti adolescenti cinesi arrestati per aver pubblicato materiale osceno sul web e gang femminili dello Zimbabwe condannate con l’accusa di aver rapito e violentato uomini per rubarne lo sperma.

TELECAMERE E SISTEMI DI RICONOSCIMENTO

Nella rappresentazione dell’artista, tuttavia, le identità corporee di queste persone spesso si modificano e rimescolano: De Sade è interpretato da una donna obesa e Casanova da un giovane orientale. All’interno del Panopticon rovesciato in cui lo spettatore è invitato a entrare – e di conseguenza monitorato dalle telecamere – i corpi e i volti di questi personaggi vengono analizzati da sistemi digitali di riconoscimento facciale e scansione corporea, processi che li trasformano in dati per poi farli scomparire come cenere portata via da una folata di vento. Nella stanza accanto, dieci brevi film raccontano in chiave punk e tarantiniana le loro storie, reinterpretandole con vena ironica e surreale, non senza momenti drammatici, trasformando la sofferenza psichica e corporea della detenzione in un elemento che ci appare quasi tangibile.
L’ultima sala contiene un grande monolite trasparente fatto di computer e congegni elettronici: è la stanza dei bottoni, quella che controlla il Panopticon e conserva tutti i dati raccolti. Ispirata alla control room della Playboy Mansion di Hugh Hefner, in cui è possibile vedere tutto quello che succede in ogni stanza della casa, questa scultura digitale connette in maniera diretta e inequivocabile i due concetti chiave del progetto, la sorveglianza e il desiderio, ricordandoci come la smania di essere visti costituisca oggi il più potente strumento di controllo sociale.

      Valentina Tanni

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