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Il cappotto di Ulisse

Roma. La forma, l’informe e l’accidentalità della macchia hanno accompagnato Jannis Kounellis, scomparso lo scorso febbraio a 79 anni, nell’ultimo tratto del suo viaggio. Nella macchia, insieme atto pittorico ed evento fenomenico, l’artista individuava la profondità, la sua progressiva discesa alle radici (la storia, il mito, l’archetipo) della cultura e dell’arte occidentali. Macchie come «Impronte» nere, quelle che danno il titolo a una mostra in corso sino al 7 gennaio, si susseguono in una processione di dodici opere grafiche all’Istituto Centrale per la Grafica nelle sale di Palazzo Poli. Costituiscono, nel loro insieme, una delle ultime opere di Kounellis. Di nuovo, questa volta nelle misure standard delle lamiere di zinco, aveva concepito un «letto» a misura d’uomo (come nelle grandi piastre putrellate delle sue opere più note), che accolgono l’impronta (caldo incavo, ma anche marchio a fuoco) di 12 cappotti neri, allegoria anch’essa ricorrente nella sua opera, legata al tema del viaggio dell’uomo moderno (parlava volentieri, nelle sue interviste, del cappotto di Gogol), «uniforme» civile portatrice di memorie che includono l’epopea del lavoro (leggeva con passione Zola, attratto dalla tragedia delle miniere di carbone), nonché povera corazza dell’Odisseo contemporaneo.Sono opere realizzate nel 2014 nella Stamperia d’arte di Corrado e Gianluca Albicocco di Udine. Kounellis impregnò quegli indumenti di resina collosa, li pressò sulle lamiere-matrici, sulle quali venne fatta cadere della polvere di ferro, il carborundum, che aderì alle impronte collose dei cappotti. Indurito il carborundum, inchiostrate le matrici, quelle impronte vennero trasmesse dalla pressione del torchio calcografico sui grandi fogli ora in mostra. Curata da Antonella Renzitti, la rassegna documenta altre due fasi della produzione grafica di Kounellis. Pittura e segno erano i due termini che ossessivamente ricorrevano nelle sue conversazioni. Pittore-pittore lo era stato ai suoi esordi, però già impregnati di una potenza grafica che si sprigionava dalle ermetiche tele con numeri e lettere. Segno e materia costituiscono nella sua opera un altro binomio fondamentale. Esso scandisce le tavole del libro d’artista The Gospel according to Thomas, ottenute da matrici ottenute da impasti di terra: Tommaso è l’apostolo incredulo e ne immaginiamo le dita a cercare prove del sacro nelle impronte di queste opere percorse da segni e parole, nelle quali gli uccelli di Van Gogh incontrano la lampada a petrolio di «Guernica». Questa straordinaria suite, realizzata a Giaffa nel 2000 con la stamperia Har-El Printers & Publishers, ha un suo contraltare in «Opus I» (2005) dello stesso editore. Il segno primario, la scabrosità terrosa, cedono qui il passo ai grigi e ai neri vellutati di 47 fotolitografie che ripercorrono quarant’anni di ricerca di Kounellis. In catalogo, edito da Gli Ori, testi della curatrice, di Federica Galloni, Bruno Corà, Roberto Budassi e Gianluca Albicocco. Apre il volume una testimonianza di Maria Antonella Fusco, direttrice del Museo, dedicata all’intenso rapporto tra l’artista e l’Istituto centrale per la Grafica. Ne scandisce i paragrafi, come un lamento, un iterato ricordo: «Veniva volentieri da noi, Gianni Kounellis».Articoli correlati: Kounellis, la fine del viaggio

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