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Sabine Delafon rende i cartelli degli homeless dei multipli d’artista. Le immagini

FAME è un’operazione dal carattere profondamente etico e sociale, che Sabine Delafon (Grenoble, 1975) porta avanti ormai dal 2014. Un progetto che parte dalla strada e si trasforma in oggetti di design e capi di abbigliamento. Quando per strada incontra un homeless con il cartello “HO FAME”, Sabine si ferma e glielo compra. Porta l’oggetto in studio, dove lo fotografa e lo trasforma in poster, magliette e piatti. Li definisce multipli d’artista: attraverso il ricavo della loro vendita sostiene organizzazioni no profit per il diritto all’alimentazione – come il Banco Alimentare e Equoevento – incentivando quella spirale di impegno e solidarietà che è diventata tutt’uno con il suo percorso di vita. La abbiamo incontrata per farci raccontare l’intero progetto.

FAME

“Stavo camminando per le strade di Milano quando sono rimasta colpita da una delle tante persone con questo cartello con su scritto “HO FAME”. È una dichiarazione semplice ma molto forte, motivo per cui spesso ci si gira dall’altra parte, cercando di evitare una situazione imbarazzante, di disagio. Ma queste parole richiamavano qualcosa dentro di me. Ho capito che la FAME è una condizione universale: chi ha fame fisica, chi di ambizioni, conoscenza, chi insegue i propri sogni… siamo tutti accomunati dalla fame di qualcosa, alla ricerca di colmare un vuoto interiore”. Così, Sabine Delafon ci spiega la genesi di questo progetto, nato nel 2014. “Ho capito fin da subito che i cartelli andavano comperati per ridare un valore a queste persone. Un fattore fondamentale di questo progetto, infatti, è che c’è sempre uno scambio di denaro, anche se di piccole cifre. Pur non riuscendo a dare tanto quando compro i cartelli per strada, riesco a rimettere in circolo un valore”.

MULTIPLI D’ARTISTA

I cartelli vengono, quindi, portati in studio, fotografati e rielaborati per diventare stampe e applicate su poster, t-shirt in collaborazione con il brand MARIOS e piatti di ceramica di Limoges. “Lavorando sulle stampe, ho deciso di renderle in bianco e nero per dargli un valore estetico, nonostante mantengano il loro forte significato” ci racconta, “un modo di rendere bello qualcosa che non lo è”. È così che nascono questi oggetti, ognuno diverso dall’altro, in cui campeggiano grafiche e grafie diverse, frutto dei diversi incontri e scambi, ma sempre con la stessa invocazione: “HO FAME”. Una parte del ricavato viene usato per ripagare i costi di produzione e il lavoro dell’artista mentre il rimanente viene dato in beneficienza al Banco Alimentare. Ci chiediamo se Sabine Delafon abbia stabilito un termine a questo progetto. “No anzi! I miei lavori sono molto lunghi, come il mio progetto sulle fototessere che dura da 31 anni: sono operazioni seriali, ognuna corre parallela all’altra. Ho un piccolo studio a Milano che uso come archivio. Lavoro fuori, e porto quello che mi capita di incontrare, come i quadrifogli (ne ho migliaia)”. L’accumulazione è il suo modus operandi: in FAME ad esempio, mentre t-shirt e piatti sono multipli per sostenere il lavoro, considera il cartello l’opera d’arte vera e propria. E vorrebbe che un giorno diventasse un insieme di centinaia e centinaia di cartelli comprati da persone in difficoltà sulla strada “È un lavoro molto seriale sulla quantità e la ripetizione in cui ha senso non un cartello, ma cinquecento. In questo caso è la quantità che determina il suo valore”.

ULTIMI PROGETTI

FAME, oltre alla vendita di multipli d’artista, si diversifica in diverse iniziative: l’ultima si è svolta a Roma il 15 febbraio, con la collaborazione dei The Fooders all’interno dello studio Grossi Maglioni di Torpignattara. Presenti i due chef – Francesca Barreca e Marco Baccanelli -, 12 invitati e i piatti FAME di Sabine: “Erano inviti a pagamento, per una cena gourmet e la possibilità di portarsi a casa il proprio piatto. C’era in gioco un contrasto tra lusso e povertà, tuttavia il discorso della beneficienza attutiva il senso di colpa, riequilibrava temporaneamente il dislivello. Ha funzionato, erano tutti entusiasti”. D’altronde non è difficile immaginare la sensazione che si prova quando il fondo del piatto si libera dal cibo e, gradualmente, appare sul fondo l’invocazione d’aiuto. Un contrasto stridente. Anche lo stesso titolo del progetto è giocato su un’opposizione, il gioco di parole “fame” e “fama” “dalle stalle alle stelle, l’attivazione di un circolo dal basso all’alto” come ci spiega l’artista. E, come piccola anticipazione, ci rivela che anche per Milano, nel periodo MiArt (dal 5 al 7 aprile 2019), si sta architettando una serata simile. Qualcosa bolle in pentola…

-Giulia Ronchi

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