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Renzo Piano e l’architettura. Al via la grande mostra londinese

Come abbiamo già scritto, in occasione dell’inaugurazione della nuova ala, la Royal Academy of Arts di Londra è in pieno fermento per celebrare i suoi primi 250 anni. Tre sale della nuova galleria Gabrielle Jungles-Winkler, sul lato di Burlington Gardens, ospitano la prima delle mostre tematiche sull’architettura che si svolgeranno ogni anno alla Royal Academy. Il ciclo viene inaugurato da Renzo Piano, The Art of Making Buildings, prima mostra dedicata a Renzo Piano a Londra, dal 1989. A introdurla è stato il direttore artistico del dipartimento di architettura della Royal Academy, Tim Marlow ‒ autore, peraltro, di una clamorosa gaffe che a precisa domanda di Piano sui mesi di apertura della mostra ha risposto inizialmente tre per poi correggersi, dopo qualche minuto, suscitando anche l’ilarità dello stesso architetto ‒ e dalla co-curatrice Kate Goodwin, che hanno poi lasciato la parola all’architetto.

SEDICI OPERE SCELTE E TRE ANNI DI LAVORO

Goodwin, in collaborazione con il Renzo Piano Building Workshop e con la Fondazione Piano, ha seguito il progetto per tre anni attraverso continui dialoghi con Renzo Piano e il suo staff; ha immaginato la mostra cercando di trasmettere al pubblico tali dialoghi, rendendolo partecipe della celebrazione della poesia nella costruzione degli edifici di Piano. L’impegno più gravoso – ha raccontato ‒ è stato quello di selezionare le sedici opere di Piano tra le centinaia da lui progettate e realizzate, immaginando un fil rouge tra le stesse pur nella convinzione di ciò che contraddistingue Piano rispetto a molti altri architetti: non applicare un unico stile e, anzi, riuscire sempre a sorprendere. Il tema dell’intendere come “poesia” la progettazione e la realizzazione degli edifici è stato evidenziato (e reputiamo proposto per la mostra) dal senatore a vita Piano (titolo fortemente evidenziato nella comunicazione ufficiale della RA e nell’introduzione fatta dal direttore artistico), secondo cui “progettare edifici vuol dire lanciare un messaggio, gli edifici raccontano storie e se le storie non sono raccontate in modo poetico vengono dimenticate”. Piano mette sempre al centro della sua presentazione le persone, lui “ama realizzare edifici pubblici perché sono progettati per far stare la gente insieme”, ma al contempo cerca di “realizzare architetture che possano sia lasciare un messaggio che cambiare il mondo senza però dover, per forza di cose, sedurre il pubblico”.

Renzo Piano. The Art of Making Building. Exhibition view at Royal Academy of Arts, Londra 2018. Photo Mario Bucolo
Renzo Piano. The Art of Making Building. Exhibition view at Royal Academy of Arts, Londra 2018. Photo Mario Bucolo

LA DEDICA A PETER RICE

Il pubblico continua a essere in primo piano anche nell’allestimento delle tre sale con le informazioni sulle opere ‒ disegni, modelli, bozzetti originali, studi sulla l’illuminazione, ecc. ‒disposte su vari tavoli attorniati da sedie, con l’auspicio di Renzo Piano e della curatrice che “le persone possano trovare il tempo e il gusto di assaporare proprio l’arte del costruire edifici”. Durante la sua presentazione, Piano si è complimentato con il collega, Sir David Chipperfield, per come ha ristrutturato la nuova ala della RA. Ha fatto notare come la mostra a lui dedicata “sembri un misto tra una sala di lettura di una biblioteca, per i tavoli con i progetti esposti, e un museo di scienze naturali con i particolari costruttivi delle sue opere appesi al tetto e che gli ricordano ‒ appunto ‒ gli animali esposti in tali musei”.
La copia di un grande elemento strutturale del Beaubourg, esposto all’esterno della Royal Academy, ha dato lo spunto a Piano per ricordare con nostalgia “quel progetto che ha catapultato un’astronave nel centro di Parigi”. Con commozione ha dedicato la mostra a Peter Rice (scomparso nel 1992), l’ingegnere strutturale irlandese che fu suo socio e insieme al quale ha progettato molte “opere storiche”. Lo stesso Piano, sempre riferendosi al binomio che formava con Rice, ama esser definito un ‘builder’ perché, afferma, “è tutto l’insieme tra architettura e ingegneria a rendere concreta la poesia della costruzione”. L’architetto si dichiara comunque sempre attento, quasi timoroso, nella progettazione e realizzazione delle sue opere, cercando di fare sempre qualcosa di buono e valido: “Mentre un libro o una musica ‒ se non fatte bene ‒ possono essere rettificate, la brutta architettura rimane!”.

Renzo Piano. The Art of Making Building. Exhibition view at Royal Academy of Arts, Londra 2018. Photo Mario Bucolo
Renzo Piano. The Art of Making Building. Exhibition view at Royal Academy of Arts, Londra 2018. Photo Mario Bucolo

L’ISOLA CHE NON C’È

Piano lascia poi i riflettori alla curatrice, che passa a illustrare i tavoli (e le installazioni pendenti dal tetto) e le sedici opere selezionate. Tra queste, il Centro Pompidou (Parigi, 1977), il Centro Culturale Jean-Marie Tjibau (Nouméa, 1998), l’edificio del New York Times (New York, 2007), lo Shard (Londra, 2012), l’edificio della Fondazione Pathé (Parigi, 2014), il Whitney Museum of American Art (New York, 2015), l’edificio della Menil Collection (Houston, 1987) con tutti gli studi sull’illuminazione naturale per le opere esposte e la nuova sede, ancora in costruzione, del Museo dell’Academy of Motion Pictures di Los Angeles. Tra le due sale dense di progetti, bozzetti, materiali utilizzati, modelli c’è quella centrale, con sedici fotografie di Piano scattate da Gianni Berengo Gardin (sua anche una delle foto del Beaubourg, esposta nella prima sala) e la proiezione di un filmato (appositamente prodotto per la mostra) realizzato da Thomas Riedelsheimer sul personaggio Renzo Piano. Soprattutto, al centro di questa sala, c’è l’“Isola” che non ci si aspetta! Praticamente “l’Isola che non c’è”, un plastico con posizionati ben 102 modelli ‒ tutti nella stessa scala ‒ delle principali opere di Piano che ‒ proprio davanti a noi ‒ è rimasto sbalordito per come i suoi collaboratori del RBWB hanno realizzato appositamente per questa installazione. “Ah, però! Mi avevan detto che ne piazzavano solo una trentina, mica 102, credo il 90% siano tutti edifici pubblici”, ha esclamato. Di questa “Isola” è stata realizzata una mappa, col dettaglio delle opere, che viene fornita ai visitatori della mostra.

EFFETTO DÉJÀ VU

Visitando la mostra abbiamo però avuto la sensazione di vivere un déjà vu: subito la nostra memoria è andata alla mostra di Piano realizzata nel 2013 alla Gagosian Gallery di New York. Al netto di qualche opera presente a Londra ‒ e non a NYC e viceversa ‒ e del colore delle sedie (amaranto a NYC, panna a Londra), i modelli, i bozzetti e l’allestimento (seppur fatto meglio, più curato ed elegante alla Royal Academy) con i tavoli e con altri elementi espositivi appesi danno la sensazione di esser uguali alla mostra di New York a parte ‒ come abbiamo già specificato ‒ la geniale “Isola” e le foto di Berengo Gardin.

A PROPOSITO DI GENOVA

A margine della mostra, Renzo Piano non poteva sottrarsi alle domande sul ponte di Genova. Anzi, le ha anticipate con un discorso alquanto filosofico, ma alla fine anche pratico.
Un ponte non dovrebbe mai crollare, perché i ponti nascono per unire, mentre sono i muri che nascono per dividere e, invece di abbatterli, se ne costruiscono di nuovi”, ha affermato. “Quando cade un ponte, cade due volte”, ha aggiunto sia in riferimento al crollo fisico della struttura e alle vittime provocate, sia proprio sottolineando il valore simbolo di questa struttura. Ma l’architetto è passato subito oltre, augurando che la ricostruzione inizi subito “perché i cantieri sono fantastici”. E, a proposito di muri abbattuti, ha ricordato il suo cantiere della Potsdamer Platz, a Berlino, che ha visto impegnati in contemporanea oltre cinquemila operai provenienti da tutto il mondo e che hanno lavorato uniti dal sentimento comune dell’orgoglio. Ecco, auspica Piano: “Il momento della ricostruzione del ponte di Genova diventerà il momento dell’orgoglio!”.

IL CATALOGO E GLI APPUNTAMENTI COLLATERALI

A descrivere la mostra, ovviamente, un apposito catalogo ‒ di 160 pagine ‒ con il contributo di personaggi delle arti e dell’architettura tra cui Richard Rogers, che con Piano ha progettato il Beaubourg, e Roberto Benigni, con un contributo dal titolo Why I love the Architect Renzo Piano. Come da tradizione della Royal Academy si svolgeranno anche, durante i cinque mesi della mostra, varie letture, una delle quali dello stesso Renzo Piano, in conversation il 15 ottobre.

Mario Bucolo

Londra // fino al 20 gennaio 2019
Renzo Piano, The Art of Making Buildings
ROYAL ACADEMY OF ARTS
Burlington House, Piccadilly
www.royalacademy.org.uk

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