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Rafael Lozano-Hemmer. Artisti digitali fra ieri e oggi (I)

Nato in Messico nel 1967, studi a Montréal, appassionato dei new media e operativo dagli Anni Novanta, Rafael Lozano-Hemmer rappresenta al meglio la figura del media-artist che identifica il digitale con grandi e coinvolgenti installazioni pubbliche, grandi mutazioni e con il potere democratizzante delle comunicazioni. E sono grandi davvero le installazioni delle Millennium celebrations di Città del Messico del 1999: una complessa rete di fari che circonda l’enorme piazza del governatorato comprendente i palazzi del Potere. L’illuminazione varia secondo gli input inserita dal pubblico nei computer che regolano l’installazione e il messaggio che il lavoro dà è quello di un potere dal basso, capace di indagare le complessità oscure del potere ufficiale “to make light”.
Aspirazioni a creare sentimenti di unità e vicinanza si trovano nella Pulse Room, lavoro del 2006 riproposto nel 2014 al Bildmuseet di Stoccolma: un vasto spazio affollato di lampade come una vecchia fabbrica, lampade che si accendono e spengono con il ritmo dei nostri cuori, registrato da un cursore. Pulsano insieme, le luci, ma con ritmi diversi, come in un corteo luminoso. L’“ottimismo tecnologico” di Lozano Hemmer è comune a molti dei primi artisti digitali e sussiste anche oggi, malgrado gli aspetti negativi emersi nel mondo digitale, divenuto grande potenza economica con tendenze preoccupanti al grande controllo. E il suo lavoro ha aspetti di notevole semplicità, collegabile a molta dell’arte neo-concettuale di questi anni. I lavori digitali hanno viaggiato con lentezza fino a ieri a causa di tecnologie non ancora note, ma il movimento espositivo è stato in crescita e, nel caso di Lozano-Hemmer, si può dire che quest’ultimo sia oggi diventato il più internazionalmente noto degli artisti di stanza in Canada, cosa che non si è verificata con altre personalità in altre nazioni e su scelte simili.

PROIEZIONI E SOCIETÀ

Riviste oggi, alcune sue fascinazioni per il movimento meccanico-robotico come nuova realtà creata dall’elettronica sono diventate deboli, ma il suo lavoro si è soprattutto sviluppato sui livelli alti di un impegno legato all’ambito sociale in modi efficacemente originali rispetto ad altre forme espressive. Un saggio sociologico degli Anni Cinquanta s’intitolava The Lonely Crowd (autori David Riesman, Nathan Glazer, Reuel Denney) e analizzava la folla solitaria che viveva la socialità forzata creata dai nuovi mezzi di comunicazione e di lavoro, come avviene oggi nelle installazioni di Lozano-Hemmer. Le sue opere migliori ripropongono l’impegno relazionale nell’arte e l’umanizzazione della tecnologia, mentre minori sono gli aspetti più provocatori del digitale, come l’accento posto sulla futuribilità e sul “meraviglioso tecnologico” che tanta parte ha giocato nelle prime fasi delle tecnoarti. È fra i primi a utilizzare le grandi proiezioni nelle città, gigantesche proiezioni interattive che mischiano le ombre degli spettatori con immagini fotografiche prese dalla vita della città stessa, focalizzando la folla solitaria e cercando di trasformare l’anonimato in presenza.

Rafael Lozano-Hemmer in collaborazione con Krzysztof Wodiczko, Zoom Pavilion, 2015. Photo Oliver Santana
Rafael Lozano-Hemmer in collaborazione con Krzysztof Wodiczko, Zoom Pavilion, 2015. Photo Oliver Santana

LE LOGICHE DELL’IDENTITÀ

Il lavoro (in collaborazione con Krzysztof Wodiczko) presentato a Città del Messico, Zoom Pavillon, analizza le logiche del “selfie” e il bisogno delle “folle solitarie” di avere un volto, un’identità e una presenza a se stesse come davanti al mondo. Il lavoro usa le strategie delle camere di sorveglianza (il riconoscimento facciale) cercando di ribaltarne il senso, con l’obbiettivo di creare valore nella dispersione e diffusione dell’immagine identitaria e della sua utilizzazione nel controllo cittadino. Il percorso dell’artista crea uno spostamento di senso di tecniche e materiali, creando una linea a spirale in cui le prime opere sono forse le più forti, come avviene sempre più con gli artisti contemporanei (pensiamo a Damien Hirst). Ma le tappe espositive segnalano una diffusione impressionante nel sistema dell’arte: San Francisco Museum of Modern Art, Biennale di Venezia, Muac Museum di Mexico City, MMCA di Sidney, Biennali dell’Avana, Istanbul, Kochi, Liverpool, Montréal, Mosca, Seoul, Shanghai, Singapore, Sidney, Londra. Senza dimostrare cedimenti commerciali (cosa rara), ma sempre con una reale volontà di comunicazione globale.

Lorenzo Taiuti

www.lozano-hemmer.com

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