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Premio New York: dieci anni, nove artisti, una mostra

Istituito nel 2001 e promosso dal Ministero degli Affari Esteri e la Cooperazione Internazionale, Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Istituto Italiano di Cultura di New York e Italian Academy della Columbia University, il Premio New York ogni anno porta nella Grande Mela due giovani artisti italiani per un periodo di residenza all’International Studio & Curatorial Program, della durata di sei mesi, al termine dei quali gli artisti vengono invitati a esporre il proprio lavoro in città.
Questa è la prima volta che una mostra riunisce i vincitori di più edizioni del premio. A cura di Ylinka Barotto e Chiara Mannarino, la mostra vuole essere una celebrazione del premio e allo stesso tempo uno sguardo sullo stato della produzione contemporanea italiana. “Volevamo offrire una panoramica singolare, seppure sicuramente non completa, degli artisti premiati negli ultimi dieci anni”, ci ha spiegato Ylinka Barotto, “cercando di creare un’occasione di dialogo e includendo più media possibili: dalle rose di Fatma al libro d’artista di Calò. Nell’arco di sei mesi ho fatto delle Skype studio visit e avuto conversazioni con tutti gli artisti selezionati e insieme abbiamo identificato le opere da esporre che potessero rispondere al concetto dei non luoghi. L’istituto ha poi commissionato dei nuovi lavori: gli stendardi di Marinella Senatore. Insieme a lei abbiamo deciso le dimensioni e le frasi ricamate su ciascun lavoro”.

Non-places and the Spaces in Between. Letizia Calori e Violette Maillard. Istituto Italiano di Cultura, New York 2019
Non-places and the Spaces in Between. Letizia Calori e Violette Maillard. Istituto Italiano di Cultura, New York 2019

LA MOSTRA

La mostra si sviluppa sui due piani dell’Istituto di Cultura. Nella stanza al primo piano troviamo il bel video di Fatma Bucak, Blessed are you who come ‒ Conversation on the Turkish-Armenian Border (2012), in cui un gruppo di uomini, in piedi contro il vento davanti alle rovine di un tempio armeno, conversa mentre l’artista si aggira tra loro suscitando commenti che svelano le tradizioni, i pregiudizi e i rituali di quella cultura. Nella stessa stanza ci sono le sculture di Ludovica Carbotta che si inseriscono nello spazio tra ambiente urbano e architetture distopiche, all’interno del quale l’artista crea una narrazione: il riferimento è a un piano ideato dalla BBC durante la Guerra fredda che prevedeva che, in caso di attacco nucleare, alcuni giornalisti e funzionari di governo abbandonassero casa e famiglia per continuare le proprie operazioni dall’interno di bunker sparsi per tutta la Gran Bretagna. Il titolo, Falsetto (2018), era la parola in codice che autorizzava l’emissione di un messaggio di allerta preregistrato.
Salendo al piano superiore si incontra una fioriera in cui sono piantate delle rose: è ancora Fatma Bucak con l’opera Damascus rose (2016) in cui l’artista utilizza la rosa di Damasco, una specie che sta scomparendo dalla Siria a causa dell’abbandono delle coltivazioni in seguito alla guerra, come simbolo di diaspora e migrazioni. “Queste rose”, ci ha detto Chiara Mannarino, “hanno attraversato confini per poter essere qui oggi. Riuscire a farle arrivare attraverso il Libano e l’Italia è stato un grosso lavoro di squadra ed è quasi un miracolo che, in tutta la loro delicatezza, siano riuscite ad affrontare il viaggio e oggi siano esposte qui a New York”. A conclusione della mostra le rose saranno donate a un orto botanico locale.
Al secondo piano il visitatore viene accolto dagli stendardi di Marinella Senatore che, se nell’estetica evocano quelli delle processioni religiose, nel contenuto tracciano una linea tra passato e presente per riflettere sull’intersezione tra dinamiche di aggregazione sociale, ideali di protesta e forme di espressione. Protest Forms: Memory and Celebration (2019) è una serie di stendardi su cui sono ricamate frasi che attingono da un universo politico popolare, includendo un proverbio dialettale siciliano, la strofa di una canzone di protesta catalana, una citazione di Antonio Gramsci. Proprio Senatore sarà protagonista il 16 novembre di una performance, organizzata in concomitanza con la mostra all’Istituto di Cultura, da Magazzino Italian Art a Cold Spring e che coinvolgerà la comunità del villaggio sull’Hudson in una processione collettiva.

Non-places and the Spaces in Between. Danilo Correale. Istituto Italiano di Cultura, New York 2019
Non-places and the Spaces in Between. Danilo Correale. Istituto Italiano di Cultura, New York 2019

ARTISTI E OPERE

La mostra prosegue in una delle sale al secondo piano del palazzetto su Park Avenue dove troviamo gli abiti-opera di Letizia Calori e Violette Maillard che esplorano l’influenza dell’architettura sui comportamenti umani. Sono sculture indossabili ispirate ai grattacieli del quartiere finanziario di Francoforte, progettato in funzione della sostenibilità ambientale e sociale, con l’idea di creare un ambiente lavorativo piacevole ed equilibrato. I giocosi e fantasiosi abiti disegnati dalle due artiste mettono in discussione questi assunti, puntando il dito contro la commercializzazione di alcuni concetti che l’architettura ha utilizzato per legittimare ideologie utopiche. Ogni abito esprime una visione sociologica diversa, ogni abito è un modo di concepire lo spazio abitato e le dinamiche che lo abitano. Un’intera parete della stanza è occupata dal lavoro di Danilo Correale Fivehundredfortyeight (2015-18) che raggruppa, su 548 righe di testo divise in sei pannelli, statistiche raccolte da fonti disparate, fatti curiosi e informazioni dal sapore vagamente inquietante che creano un universo di dati che, se nel contenuto rischia di dare le vertigini e un senso di emergenza permanente, nella linearità ripetitiva del testo finisce per avere un effetto ipnotico, come un mantra durante la meditazione.
Nella stessa stanza troviamo ancora un’opera di Gian Maria Tosatti, America (2011), che riprende l’omonimo poema di Allen Ginsberg per raccontare le dolorose contraddizioni della società americana. Infine Giorgio Andreotta Calò porta a New York un libro d’artista in cui racconta l’esperienza diretta del G8 di Genova e il viaggio degli attivisti no-global verso Ventimiglia.
Quelli selezionati per questa mostra”, ha concluso Ylinka Barotto, “sono tutti artisti che hanno e continuano ad avere una presenza importante sia in Italia che all’estero, come per esempio Ludovica Carbotta e Giorgio Andreotta Calò, entrambi inclusi nelle recenti Biennali di Venezia, o Correale che ha partecipato alla Biennale degli Urali, e ancora Senatore, esposta in tutto il mondo. Speriamo che, in qualche modo, il premio abbia contribuito alla loro straordinaria carriera. Aver fatto parte della giuria del premio dell’anno scorso mi ha dato modo di conoscere e scoprire tanti artisti di grande talento. La mostra è stata un’occasione per approfondire altrettante pratiche”.

Maurita Cardone

New York // fino al 6 dicembre 2019
Non-places and the Spaces in Between
ISTITUTO ITALIANO DI CULTURA
686 Park Avenue
iicnewyork.esteri.it/iic_newyork/

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