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Pittura e realtà. Hans Hartung a Torino

La vicenda artistica e personale di Hans Hartung (Lipsia, 1904 – Antibes, 1989) commuove per diverse ragioni: i solitari studi filosofici e storico artistici; l’ammirazione per i grandi maestri della pittura drammatica e angosciosa quali El Greco e Goya; lo studio coloristico dal vero della natura e delle sue “macchie” – definite così nell’autobiografia, intitolata Autoritratto – la tenacia e la forza d’animo negli anni della povertà, della prigionia, dell’esilio in Spagna e della Legione straniera; l’eroico gesto di salvare un compagno ferito sul fronte e la conseguente amputazione della gamba; il ritorno in Francia come patria di elezione e il circolo intellettuale parigino legato all’Arte informale; il successo che lo consacrerà definitivamente dal Gran Premio per la pittura alla Biennale di Venezia nel 1960 in poi. Tutto si riassume nella strenua ricerca di un segno capace di sintetizzare, con coerenza e in un subitaneo atto, le idee di un’intera esistenza: “Scarabocchiare, grattare, agire sulla tela, dipingere infine, mi sembrano delle attività umane così immediate, spontanee e semplici come lo possono essere il canto, la danza o il gioco di un animale che corre, scalpita o si scrolla”. Un segno ricco di pathos, contrario alle “regole disumanizzanti dell’arte astratta dettate dai costruttivisti, suprematisti e neo-plastici“, capace di sopportare il peso della realtà e in grado di fare breccia tra le leggi della natura.

Hans Hartung, T1988 E27, 1988. Courtesy Mazzoleni, London Torino
Hans Hartung, T1988 E27, 1988. Courtesy Mazzoleni, London Torino

L’IMPORTANZA DEL REALE

Credo che la mia pittura intrattenga un rapporto, anzi dei rapporti costanti seppur molto complessi, con quello che si è convenuto di chiamare realtà. Quando parlo di realtà, questa parola rappresenta per me una sintesi alla quale partecipa certo il mio spirito, ma insieme ad esso tutti i miei sensi; non posso distaccarmene […]. Io mi sento fisicamente e psichicamente parte integrante della realtà e mi sembra di non poter fare niente che non sia in relazione diretta e stretta con essa“. La padronanza dell’uso del colore, cifra stilistica della sua analisi ben evidenziata e ripercorsa dalla mostra dagli acquerelli degli inizi fino alla produzione su tela, coglie in flagrante gli oggetti come un lampo, restituendo la materia al tempo e allo spazio assoluti. Tale è la meraviglia di Hartung: uno sgomento acuto di speranza, un terrore che non scalfisce l’armonia, acceso in un attimo imperituro. Un riverbero inesprimibile ma immediatamente percepibile, che Mazzoleni è riuscita a custodire e a esaltare sapientemente.

Federica Maria Giallombardo

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