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Paolo Gioli all’American Academy in Rome. L’intervista al curatore

È la prima volta che l’American Academy in Rome dedica una mostra personale ad un artista italiano. Il “prescelto” è Paolo Gioli, maestro schivo e raffinatissimo, che abbiamo incontrato due anni fa da Peep-Hole a Milano e raccontato nel suo discorso solo apparentemente solitario, invece in dialogo continuo con la storia dell’arte e i suoi “spiriti guida”. A Roma, con la curatela di Peter Benson Miller, anche direttore artistico dell’American Academy in Rome, arriva non per questioni geografiche, bensì nell’ambito del tema filo conduttore della programmazione 2018/2019: il corpo. Corpo qui raccontato attraverso l’uso della fotografia sperimentale. L’inaugurazione, nella serata dell’11 ottobre, sarà introdotta da una conversazione tra Gioli e Roberta Valtorta, storica e critica della fotografia che ha collaborato a lungo con l’artista, curando la retrospettiva a lui dedicata nel 1996 al Palazzo delle Esposizioni di Roma. Nel frattempo, noi abbiamo incontrato Peter Miller e gli abbiamo chiesto di raccontarci la mostra.

L’American Academy in Rome presenta una importante mostra di Paolo Gioli: come nasce questo progetto?
Questa mostra si inserisce in un programma di eventi sul tema del corpo che svilupperemo nel corso di quest’anno. Abbiamo scelto Paolo Gioli (Rovigo, 1942) perché è un artista capace di sposare un metodo e una visione contemporanea con l’attenzione al corpo nella scultura classica, come si potrà vedere in diversi lavori esposti in mostra che riportano frammenti di sculture delle collezioni dei Musei Capitolini e Vaticani. Queste opere si avvicinano quindi anche a un aspetto centrale della vita dell’Accademia, dove gli studi classici spesso sono interpretati in chiave contemporanea. Per queste ragioni Gioli ci sembrava l’artista perfetto per una riflessione sul corpo e sulle sue rappresentazioni, dall’antichità a oggi.

Peter Benson Miller
Peter Benson Miller


Tra le prime fasi per la costruzione di questa mostra c’è stato uno Studio Visit: cosa ti ha colpito e convinto nel lavoro di questo artista?

Ho svolto un lungo studio visit in Veneto, dove Gioli vive e lavora, e quello che mi ha colpito prima di tutto è la sua maestria nell’utilizzo della tecnica fotografica, unita alla sua conoscenza della storia dell’arte e della fotografia. Se si ripercorre il suo lavoro, nel corso di tutta la sua carriera, dagli studi a Venezia, al suo soggiorno a New York alla fine degli anni ‘60, fino alle produzioni più recenti, emerge come questo artista abbia saputo sviluppare, con rara intelligenza e con grande libertà, una profonda riflessione sulla capacità della fotografia, della pittura e di altri linguaggi, come il cinema, di esplorare e raccontare la condizione umana, la dimensione del corpo e dell’erotismo.

Questa è forse la prima mostra che l’American Academy in Rome dedica interamente ad un artista italiano. Non c’è contraddizione dal momento che l’Accademia da sempre è un avamposto per la creatività internazionale, senza limiti geografici…
A dire il vero non siamo partiti dall’idea di una mostra dedicata a un artista italiano, ma Gioli ci sembrava l’artista più adatto per approfondire un tema da sempre centrale nell’arte: la ricerca sul corpo umano che parte della scultura classica, di cui ci ha parlato anche la grande studiosa Mary Beard nella lecture di apertura di questa stagione (The Classical Body: The Naked and the Nude, svoltasi il 25 settembre, ndr), con un intervento che è partito da una scultura ellenica per arrivare fino all’opera di Jenny Saville.

Quale è il valore aggiunto dell’opera di Gioli?
Gioli, con la sua opera, ci dimostra come il corpo umano sia ancora e di nuovo il fulcro di un’arte di avanguardia, innovativa, radicale. Un altro punto importante è che è vero, si tratta di un artista italiano, ma al centro della mostra c’è il suo rapporto, a volte complicato e controverso, con la Polaroid, un simbolo dello spirito imprenditoriale legato alla creatività americana. Land, il chimico che ha inventato l’istantanea e fondato l’azienda, era un nuovo Hippolyte Bayard, che ha riportato lo spirito della fotografia delle origini nella contemporaneità. C’è quindi anche questa dinamica al centro della mostra, e la volontà di sottolineare l’internazionalità di questo artista che, pur essendo stato tra i più innovatori nell’utilizzo dell’istantanea, paradossalmente negli Stati Uniti è più conosciuto per i suoi film sperimentali.

In passato l’Accademia ha ospitato, sempre con la tua curatela, una mostra con le Polaroid realizzate da Cy Twombly. Ci sono punti in comune tra il lavoro di Gioli e quello dell’artista americano?
Si tratta di artisti molto diversi, ma devo dire che è grazie alla mostra di Cy Twombly che ho scoperto la Polaroid. In quel caso eravamo di fronte a un paradosso diverso: il fatto che un artista immerso del mondo classico, che ha vissuto tanto tempo a Roma, potesse essere interessato a all’utilizzo della macchina fotografica automatica. Proprio grazie a questa mostra ho scoperto aspetti tecnici della Polaroid, non solo come immagine, ma come oggetto fotografico, che mi hanno consentito di entrare e di apprezzare più profondamente l’opera di Gioli. Nel suo caso si tratta di dinamiche ancora più complesse, perché la materia fotografica si trasferisce su altri supporti. Ci sono poi anche alcune affinità: lo stesso fascino che esercitava su Twombly la natura, in particolare le piante e i fiori del suo giardino di Gaeta, si ritrova anche in alcune nature morte di Gioli, parte di una serie di lavori che in questa occasione non esponiamo.

Paolo Gioli, Il corpo dell’autoritratto, 1983
Paolo Gioli, Il corpo dell’autoritratto, 1983

Che cosa rappresenta a tuo parere il lavoro di Gioli oggi? Perché è importante scoprirlo?
Penso a due principali aspetti. Bisogna considerare che, nella mente di Land, la Polaroid era uno strumento per creare una comunità globale attraverso la fotografia, sviluppando quel legame tra persone di diverse sensibilità e nazioni che si è verificato poi effettivamente solo con il digitale. Se questo esperimento sociale fallì, diventa molto interessante calarsi in questa prospettiva oggi, alla luce degli effetti che il digitale ha sulla nostra società, e farlo grazie al punto di vista di un artista che ha letteralmente smantellato la macchina istantanea, aprendo questo oggetto per capire come funziona la sua strana alchimia.

E il secondo?
L’altro aspetto importante è che Gioli utilizza questo strumento per indagare la società di oggi, il trauma che ci portiamo dietro, dalla rivoluzione francese a oggi, di un corpo politico lacerato insieme ai suoi ideali. I frammenti dei suoi corpi ne sono una profonda metafora, ed è per questo che opere così complesse ed elaborate riescono a dirci così tanto della condizione umana.

Santa Nastro

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