Gilbert & George moltiplicati per otto

Londra. Cinquant’anni dopo il loro primo incontro, Gilbert & George sono celebrati da otto mostre internazionali dedicate alla nuova serie dei «Beard Pictures». «The Beard Pictures and their Fuckosophy» è in corso alla White Cube fino al 28 gennaio; una mostra con lo stesso titolo si svolge nella Galleria Alfonso Artiaco di Napoli dal 16 dicembre al 3 febbraio; dall’11 gennaio al 22 febbraio sarà la volta della Bernier / Eliades Gallery di Atene; a Bruxelles le opere dello stesso ciclo sono visibili sino al 23 dicembre alla Albert Baronian, mentre un giorno prima si chiude la mostra da Lehmann Maupin di New York. I parigini, infine, hanno tempo sino al 13 gennaio per vederla da Thaddaeus Ropac.Il duo più conosciuto e più longevo del mondo dell’arte (Gilbert Prousch è nato a San Martino in Badia nel 1943, George Passmore a Plymouth nel 1942) celebra così il mezzo secolo di vita e lavoro insieme come «sculture viventi». Ognuna delle otto mostre presenta una versione diversa di «The Beard Pictures», una nuova versione delle loro caratteristiche «photopieces», nelle quali i due artisti, fino a questo momento rasati, appaiono con la faccia rossa e con barbe e baffi simili a maschere realizzati perlopiù con foglie e filo spinato, oltre a una serie di altri materiali, tra cui spuma di birra e conigli dalle lingue biforcute.Alla White Cube di Londra queste opere fotografiche composte di diversi pannelli sono esposte accanto a «The Fuckosophy», un’opera testuale composta da cinquemila frasi, slogan e motti, una sorta di campionario di tutti gli e le varianti della parola «fuck». I due stanno anche pensando alla loro eredità; hanno infatti in programma di istituire una loro fondazione, situata vicino al loro studio, nella zona est di Londra, che hanno intenzione di aprire entro i prossimi due anni.Queste mostre festeggiano il 1967, l’anno in cui vi siete incontrati alla St Martin’s School of Art e avete deciso di lavorare insieme. Com’è successo?George: È stato grazie al fatto particolare di provenire da parti così diverse del mondo: io dal Devon attraverso Oxford e Gilbert dall’Italia attraverso la Germania. È stata una cosa magica. St Martin’s all’epoca era il posto in cui si doveva essere, ma parlo solo per il dipartimento di scultura, non per il resto della scuola.Gilbert: Per me è stato come atterrare sulla Luna. Da un paese del Nord Italia, poi da Monaco a Londra. Non sapevo parlare inglese, ma la St Martin’s era famosa e mi è venuta l’idea straordinaria di voler essere proprio lì.Che cosa vi ha attratto l’uno dell’altro?Gilbert: Lo chieda a George; è stato lui a prendere l’iniziativa.George: Avevamo capito che eravamo diversi dagli altri, perché la maggior parte degli studenti d’arte appartengono alla classe media e non hanno troppe preoccupazioni; possono sempre chiamare papà o andare a gestire l’azienda di famiglia o cose del genere. Noi invece, che eravamo dei sempliciotti di campagna, questa possibilità non ce l’avevamo. Sapevamo che se non fossimo diventati artisti sarebbe stata la nostra fine. Dovevamo avere successo. Il grande anniversario vero e proprio però è il 1968-69, data della nostra prima opera d’arte insieme («George the Cunt and Gilbert the Shit»), esposta per un giorno nella galleria di Robert Fraser e pubblicata in «Studio International» senza le parole cosiddette offensive.Che cosa vi ha fatto decidere di lavorare insieme?George: Non penso che abbiamo mai preso questa decisione; è qualcosa che è venuto da sé; è successo e basta. È stata l’idea di tirarci fuori dall’arte dei tutor e degli studenti, dall’arte formale. Tutto aveva a che fare con la forma e il colore, mentre noi volevamo dire che l’arte può comprendere pensieri e sensazioni e l’amore, il timore e la paura.Gilbert: E il bere. Avevamo questa pazza idea di poter diventare noi un’opera d’arte. Camminavamo per le strade di Londra perché non avevamo uno studio, ma volevamo comunque essere artisti. Per questo mandavamo quelle letterine, per dire alla gente che cosa stavamo facendo, che stava cadendo la neve, che avevamo preparato una tazza di caffè: per diventare l’opera d’arte.Che cosa pensate di artisti contemporanei come Bruce McLean e Richard Long, anch’essi autori di opere «live»?Gilbert: Che comunque facevano arte sull’arte e noi non volevamo fare quello, volevamo fare arte sulla vita.George: Abbiamo capito che i tutor e gli studenti avevano l’idea di essere superiori al pubblico, che quelli fuori fossero tutti stupidi e che solo noi del mondo dell’arte sapessimo tutto. E a noi non piaceva. Volevamo semplicemente rendere il tutto più umano.Da dove vengono «The Beard Pictures»?Gilbert: Abbiamo iniziato a distorcere la nostra immagine molto tempo fa con la serie «Jack Freak» del 2009. Poi abbiamo fatto la serie «Scapegoating» (2014), dove si trattava sempre di mascherarci, di stare davanti alla gente e in un certo modo dietro di loro. Ora vediamo tutto il mondo attraverso una barba. Barbe buone e barbe cattive, barbe religiose e non religiose. Se sei ebreo, musulmano, sikh, non puoi tagliarti la barba. E questo ci interessa molto perché oggi stanno tutti costruendo delle recinzioni.George: Gli immigranti e tutto il resto. Quando ero piccolo il filo spinato si usava negli allevamenti e da nessun’altra parte; serviva per le pecore, non per gli esseri umani.In «The Beard Pictures» le vostre barbe spesso sono fatte di filo spinato e sembrano recintate.George: La intendo come un’esplorazione dei tempi moderni. Ti sintonizzi sul telegiornale e vedi fili spinati e uomini barbuti. Facciamo fare alle barbe tutto per noi; passato, presente e futuro. La barba più famosa al mondo? Quella di Gesù. Quando ero un ragazzo se avevi la barba non ti davano un lavoro e se eri nell’esercito potevi tenerla solo in marina. La regina Vittoria fece crescere la barba al figlio perché fosse più moderno e persino Dickens decise di portarla. E naturalmente oggi la barba è di gran moda. Lungo Brick Lane c’è scritto dappertutto «Fuck off Hipsters»; è una guerra di classe. Abbiamo anche una «Fuck off Hipsters Beard Picture».Non è sempre chiaro se celebrate o criticate quello che raffigurate.Gilbert: In qualche modo deve essere aggressivo; vogliamo provocare. Abbiamo inventato un nuovo modo di fare opere per noi stessi capace di parlare ad alta voce. Noi premiamo i bottoni.Come avete scelto le cinquemila frasi di «Fuckosophy»?Gilbert: Abbiamo iniziato cinque anni fa. Attraverso la parete avevamo sentito i muratori che lavoravano nella casa vicina.George: Se la parola «fuck» è così noiosa è perché viene usata sempre contro gli automobilisti o dai muratori, per parlare dei «fottuti mattoni». Noi volevamo tirare fuori la cosa reale, che è dentro la testa di tutti. Sappiamo tutti che cos’è la filosofia; magari abbiamo anche un paio di libri a casa, ed è una cosa che si può capire. Abbiamo fatto una lettura di «Fuckosophy» in Tasmania e metà delle persone era divertita e molto preoccupata che gli altri non lo fossero, mentre l’altra metà non era divertita ed era molto preoccupata di essere diversa dagli altri. Questa è la risposta perfetta. Dopo aver finito «Fuckosophy» pensavamo che non ci sarebbe stato più niente di altrettanto interessante. Ora abbiamo capito che c’è qualcos’altro: la religione. Quindi adesso stiamo lavorando a «Godology», che dovrebbe essere incredibile.Sarà nello stesso formato: elenchi aperti di frasi su Dio?George: Sì! «The God news, God goes away, please stand for God, God’s a sissy, God stinks, God licked me, God and the scaffolder, God’s no toff…» (Le notizie di Dio, Dio va via, per favore alzatevi per Dio, Dio è una femminuccia, Dio puzza, Dio mi ha leccato, Dio e il boia, Dio non è un riccone, Ndr); si può dire qualsiasi cosa e sarà sempre vera. Se la gente dice che Dio è orribile, allora noi diremo sì, la religione è orribile. Se dicono che è stupido, diremo naturalmente che la religione è stupida, hanno sempre ragione.La religione sarebbe a posto se seguisse le nostre stesse leggi. Se il Trades Descriptions Act (un provvedimento del Parlamento del Regno Unito varato nel 1968 per la tutela del consumatore, Ndr) e tutto il resto valesse anche per le religioni e non avessero delle scappatoie, sarebbe meglio per loro e meglio in generale.State trasformando un ex birrificio vicino alla vostra casa e studio nell’East London in una fondazione, finanziata da voi e dedicata al vostro lavoro. Che cosa vi ha spinti a prendere questa decisione?George: Quando eravamo studenti la Tate esponeva sempre almeno un’opera per ogni artista vivente. Ma ora ha smesso di farlo. Quindi se qualcuno arriva dal Venezuela questa mattina e vuole vedere una nostra opera non ne troverà una alla Tate.Gilbert: L’allestimento cambierà due volte all’anno e se avremo abbastanza soldi potremmo esporre anche altri artisti.L’ingresso sarà gratuito?Gilbert: Penso che costerà circa cinque sterline. Non vogliamo che tutti i barboni entrino solo per usare il bagno.Non stona un po’ con il vostro motto dell’«Arte per tutti»?George: Idealmente vorremmo mantenere l’ingresso libero ma non è fattibile.Gilbert: Devono voler vedere le nostre opere. Non vogliamo che entri ed esca chiunque.La fondazione esisterà anche quando non sarete più con noi?George: Sì. Abbiamo dei trustee ed è una fondazione registrata. Sarà G&G per sempre, come tutti noi vogliamo ovviamente.WHITECUBE

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Gilbert & George moltiplicati per otto

Londra. Cinquant’anni dopo il loro primo incontro, Gilbert & George sono celebrati da otto mostre internazionali dedicate alla nuova serie dei «Beard Pictures». «The Beard Pictures and their Fuckosophy» è in corso alla White Cube fino al 28 gennaio; una mostra con lo stesso titolo si svolge nella Galleria Alfonso Artiaco di Napoli dal 16 dicembre al 3 febbraio; dall’11 gennaio al 22 febbraio sarà la volta della Bernier / Eliades Gallery di Atene; a Bruxelles le opere dello stesso ciclo sono visibili sino al 23 dicembre alla Albert Baronian, mentre un giorno prima si chiude la mostra da Lehmann Maupin di New York. I parigini, infine, hanno tempo sino al 13 gennaio per vederla da Thaddaeus Ropac.Il duo più conosciuto e più longevo del mondo dell’arte (Gilbert Prousch è nato a San Martino in Badia nel 1943, George Passmore a Plymouth nel 1942) celebra così il mezzo secolo di vita e lavoro insieme come «sculture viventi». Ognuna delle otto mostre presenta una versione diversa di «The Beard Pictures», una nuova versione delle loro caratteristiche «photopieces», nelle quali i due artisti, fino a questo momento rasati, appaiono con la faccia rossa e con barbe e baffi simili a maschere realizzati perlopiù con foglie e filo spinato, oltre a una serie di altri materiali, tra cui spuma di birra e conigli dalle lingue biforcute.Alla White Cube di Londra queste opere fotografiche composte di diversi pannelli sono esposte accanto a «The Fuckosophy», un’opera testuale composta da cinquemila frasi, slogan e motti, una sorta di campionario di tutti gli e le varianti della parola «fuck». I due stanno anche pensando alla loro eredità; hanno infatti in programma di istituire una loro fondazione, situata vicino al loro studio, nella zona est di Londra, che hanno intenzione di aprire entro i prossimi due anni.Queste mostre festeggiano il 1967, l’anno in cui vi siete incontrati alla St Martin’s School of Art e avete deciso di lavorare insieme. Com’è successo?George: È stato grazie al fatto particolare di provenire da parti così diverse del mondo: io dal Devon attraverso Oxford e Gilbert dall’Italia attraverso la Germania. È stata una cosa magica. St Martin’s all’epoca era il posto in cui si doveva essere, ma parlo solo per il dipartimento di scultura, non per il resto della scuola.Gilbert: Per me è stato come atterrare sulla Luna. Da un paese del Nord Italia, poi da Monaco a Londra. Non sapevo parlare inglese, ma la St Martin’s era famosa e mi è venuta l’idea straordinaria di voler essere proprio lì.Che cosa vi ha attratto l’uno dell’altro?Gilbert: Lo chieda a George; è stato lui a prendere l’iniziativa.George: Avevamo capito che eravamo diversi dagli altri, perché la maggior parte degli studenti d’arte appartengono alla classe media e non hanno troppe preoccupazioni; possono sempre chiamare papà o andare a gestire l’azienda di famiglia o cose del genere. Noi invece, che eravamo dei sempliciotti di campagna, questa possibilità non ce l’avevamo. Sapevamo che se non fossimo diventati artisti sarebbe stata la nostra fine. Dovevamo avere successo. Il grande anniversario vero e proprio però è il 1968-69, data della nostra prima opera d’arte insieme («George the Cunt and Gilbert the Shit»), esposta per un giorno nella galleria di Robert Fraser e pubblicata in «Studio International» senza le parole cosiddette offensive.Che cosa vi ha fatto decidere di lavorare insieme?George: Non penso che abbiamo mai preso questa decisione; è qualcosa che è venuto da sé; è successo e basta. È stata l’idea di tirarci fuori dall’arte dei tutor e degli studenti, dall’arte formale. Tutto aveva a che fare con la forma e il colore, mentre noi volevamo dire che l’arte può comprendere pensieri e sensazioni e l’amore, il timore e la paura.Gilbert: E il bere. Avevamo questa pazza idea di poter diventare noi un’opera d’arte. Camminavamo per le strade di Londra perché non avevamo uno studio, ma volevamo comunque essere artisti. Per questo mandavamo quelle letterine, per dire alla gente che cosa stavamo facendo, che stava cadendo la neve, che avevamo preparato una tazza di caffè: per diventare l’opera d’arte.Che cosa pensate di artisti contemporanei come Bruce McLean e Richard Long, anch’essi autori di opere «live»?Gilbert: Che comunque facevano arte sull’arte e noi non volevamo fare quello, volevamo fare arte sulla vita.George: Abbiamo capito che i tutor e gli studenti avevano l’idea di essere superiori al pubblico, che quelli fuori fossero tutti stupidi e che solo noi del mondo dell’arte sapessimo tutto. E a noi non piaceva. Volevamo semplicemente rendere il tutto più umano.Da dove vengono «The Beard Pictures»?Gilbert: Abbiamo iniziato a distorcere la nostra immagine molto tempo fa con la serie «Jack Freak» del 2009. Poi abbiamo fatto la serie «Scapegoating» (2014), dove si trattava sempre di mascherarci, di stare davanti alla gente e in un certo modo dietro di loro. Ora vediamo tutto il mondo attraverso una barba. Barbe buone e barbe cattive, barbe religiose e non religiose. Se sei ebreo, musulmano, sikh, non puoi tagliarti la barba. E questo ci interessa molto perché oggi stanno tutti costruendo delle recinzioni.George: Gli immigranti e tutto il resto. Quando ero piccolo il filo spinato si usava negli allevamenti e da nessun’altra parte; serviva per le pecore, non per gli esseri umani.In «The Beard Pictures» le vostre barbe spesso sono fatte di filo spinato e sembrano recintate.George: La intendo come un’esplorazione dei tempi moderni. Ti sintonizzi sul telegiornale e vedi fili spinati e uomini barbuti. Facciamo fare alle barbe tutto per noi; passato, presente e futuro. La barba più famosa al mondo? Quella di Gesù. Quando ero un ragazzo se avevi la barba non ti davano un lavoro e se eri nell’esercito potevi tenerla solo in marina. La regina Vittoria fece crescere la barba al figlio perché fosse più moderno e persino Dickens decise di portarla. E naturalmente oggi la barba è di gran moda. Lungo Brick Lane c’è scritto dappertutto «Fuck off Hipsters»; è una guerra di classe. Abbiamo anche una «Fuck off Hipsters Beard Picture».Non è sempre chiaro se celebrate o criticate quello che raffigurate.Gilbert: In qualche modo deve essere aggressivo; vogliamo provocare. Abbiamo inventato un nuovo modo di fare opere per noi stessi capace di parlare ad alta voce. Noi premiamo i bottoni.Come avete scelto le cinquemila frasi di «Fuckosophy»?Gilbert: Abbiamo iniziato cinque anni fa. Attraverso la parete avevamo sentito i muratori che lavoravano nella casa vicina.George: Se la parola «fuck» è così noiosa è perché viene usata sempre contro gli automobilisti o dai muratori, per parlare dei «fottuti mattoni». Noi volevamo tirare fuori la cosa reale, che è dentro la testa di tutti. Sappiamo tutti che cos’è la filosofia; magari abbiamo anche un paio di libri a casa, ed è una cosa che si può capire. Abbiamo fatto una lettura di «Fuckosophy» in Tasmania e metà delle persone era divertita e molto preoccupata che gli altri non lo fossero, mentre l’altra metà non era divertita ed era molto preoccupata di essere diversa dagli altri. Questa è la risposta perfetta. Dopo aver finito «Fuckosophy» pensavamo che non ci sarebbe stato più niente di altrettanto interessante. Ora abbiamo capito che c’è qualcos’altro: la religione. Quindi adesso stiamo lavorando a «Godology», che dovrebbe essere incredibile.Sarà nello stesso formato: elenchi aperti di frasi su Dio?George: Sì! «The God news, God goes away, please stand for God, God’s a sissy, God stinks, God licked me, God and the scaffolder, God’s no toff…» (Le notizie di Dio, Dio va via, per favore alzatevi per Dio, Dio è una femminuccia, Dio puzza, Dio mi ha leccato, Dio e il boia, Dio non è un riccone, Ndr); si può dire qualsiasi cosa e sarà sempre vera. Se la gente dice che Dio è orribile, allora noi diremo sì, la religione è orribile. Se dicono che è stupido, diremo naturalmente che la religione è stupida, hanno sempre ragione.La religione sarebbe a posto se seguisse le nostre stesse leggi. Se il Trades Descriptions Act (un provvedimento del Parlamento del Regno Unito varato nel 1968 per la tutela del consumatore, Ndr) e tutto il resto valesse anche per le religioni e non avessero delle scappatoie, sarebbe meglio per loro e meglio in generale.State trasformando un ex birrificio vicino alla vostra casa e studio nell’East London in una fondazione, finanziata da voi e dedicata al vostro lavoro. Che cosa vi ha spinti a prendere questa decisione?George: Quando eravamo studenti la Tate esponeva sempre almeno un’opera per ogni artista vivente. Ma ora ha smesso di farlo. Quindi se qualcuno arriva dal Venezuela questa mattina e vuole vedere una nostra opera non ne troverà una alla Tate.Gilbert: L’allestimento cambierà due volte all’anno e se avremo abbastanza soldi potremmo esporre anche altri artisti.L’ingresso sarà gratuito?Gilbert: Penso che costerà circa cinque sterline. Non vogliamo che tutti i barboni entrino solo per usare il bagno.Non stona un po’ con il vostro motto dell’«Arte per tutti»?George: Idealmente vorremmo mantenere l’ingresso libero ma non è fattibile.Gilbert: Devono voler vedere le nostre opere. Non vogliamo che entri ed esca chiunque.La fondazione esisterà anche quando non sarete più con noi?George: Sì. Abbiamo dei trustee ed è una fondazione registrata. Sarà G&G per sempre, come tutti noi vogliamo ovviamente.WHITECUBE

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Giovanni Battista Piranesi, venditore di antichità. Il libro di Pierluigi Panza

Architetto, scultore, forse il più celebre incisore di tutti i tempi, Giovanni Battista Piranesi è stato un assoluto protagonista del Settecento. Dalla sua passione per le antichità, collezionate, restaurate e riprodotte con uno spiccato gusto per il pastiche, è nato un vero e proprio stile, apprezzato e diffuso in tutta Europa. Il libro di Pierluigi Panza, “Museo Piranesi”, tenta un primo censimento dei reperti e delle sculture transitati nel prolifico atelier dell’artista.

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Fantagraphic. Un bilancio del fumetto italiano nel 2017

Dicono che dicembre sia tempo di classifiche e rendiconti, e così ne abbiamo approfittato per rivivere insieme alcune tra le fasi e i risultati più importanti del fumetto italiano, in questo 2017 ormai agli sgoccioli. Nuove realtà editoriali, riedizioni di opere passate e festival dai grandi numeri, a testimoniare la crescita di un settore culturale in felice espansione.

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Una mostra sui manifesti d’arte e l’happening Luca Vitone E IL TOPO. Da Marsèlleria a Milano

Sempre più impegnata nella commistione tra arti e generi differenti, Marsèlleria, la piattaforma d’arte creata dal brand di moda Marsèll, inaugura nel suo spazio milanese una mostra dedicata ai poster e ai manifesti d’arte degli anni Sessanta e Settanta. Ed in contemporanea, presenta l’happening Luca Vitone E IL TOPO…

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