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Neovernacolare (X). La poesia dello scarto

È da tempo che provo a catalogare e a segnarmi sulle note dell’iPhone, tutti i ‘momenti’ in cui da delle condizioni di povertà sono scaturiti grandi esempi dell’arte di arrangiarsi, che sempre più spesso inizio a riconoscere come l’unica arte possibile. Questo non vuol dire che gli esempi segnati hanno a che fare esclusivamente con le materie artistiche: tutt’altro.
Vanno dall’utilizzo del nero di seppia in cucina alle coperte a uncinetto – realizzate coloratissime – perché derivate dai tanti scarti di lana differenti riutilizzati: maglioni rotti, sciarpe rovinate. Così da creare un vero e proprio stile di tessitura (chiamato anche ‘a mattonelle’), che, come tutti i patchwork odierni, sono derivati e dettati da iniziali condizioni di povertà e successivamente diventati altro, a volte lussi per pochi. Oggi le stesse coperte rifatte in quel modo sono divenute costose perché non sono più il frutto di una necessità – ma un puro vezzo.
L’utilizzo delle sacche dei cefalopodi e dei pesci in cucina è cosa nota, dalla pasta con la malandra (il fegato) del polpo – tipica della mia città ‒ al già citato nero di seppia alla bottarga. Tutte interiora di pesce o come mi viene spesso esclamato: “Oramai ti piace mangiare le ‘ndrame dei pesci” (a Bari le ‘ndrame sono le interiora bovine ed equine); anche questi scarti ittici – inizialmente riservati ai più poveri – sono divenuti oggi piatti tipici e prelibati, alla stregua della trippa alla romana. Un esempio lampante di quello che sto dicendo risiede nella pasta mista – ora già acquistabile direttamente in confezione e un tempo ‘formulabile’ esclusivamente attraverso il recupero degli avanzi. Ottima per la pasta e patate alla napoletana. O ancora: le blasonate escargot francesi: sono ed erano un piatto popolare della tradizione contadina, d’altronde le lumache si raccolgono da terra come i sassi sporchi di alghe e di mare con cui cucinare degli ottimi spaghetti al ‘sapore di pesce’, una delle versioni fra le varie. Ne ricordo altre due: la “pasta con le vongole fujute” narrata da Eduardo De Filippo e la “pasta con l’aragosta scappata” scoperta grazie alla mamma di Zaga.

Tomás Saraceno, Museo Aero Solar in Milan, Italy, 2007. Photo Studio Tomás Saraceno © Museo Aero Solar, 2007
Tomás Saraceno, Museo Aero Solar in Milan, Italy, 2007. Photo Studio Tomás Saraceno © Museo Aero Solar, 2007

LA CULTURA DI ARRANGIARSI

Sulla cultura di arrangiarsi, tutto il Sud, ma soprattutto Napoli, sono luoghi dove scoprire illimitate ‘grandi bellezze’ (seguendo questo paradigma): tutti i sughi ‘finti’ partenopei ne sono una conferma, difatti ‘le vongole fujute’ sono solo un esempio, si continua con il finto ragù o la finta genovese. L’elemento mancante in questi ‘finti’ è sempre quello più costoso: la carne o il pesce. L’ingegnosità dettata dalla povertà è commovente.
Il pescatore che si conserva la sacca delle seppie e del polpo che ha dovuto vendere per incassare, e con questi scarti trattenuti poter cucinare qualcosa – in modo da poter almeno evocare quel sapore di mare – alla propria prole.
E l’arte, la poesia, quella più alta e umana, si annida volentieri in queste storie, non c’è nulla da fare. Per fortuna.
E rifugge da coloro che provano a riproporre quelle stesse trovate intuite nella povertà di mezzi, mettendole a regime economico: le economie rimangono; la poesia va via. Una efficace peculiarità, questa capacità dell’essenza dell’arte, che come fosse un’anguilla sfugge a chi ne vuol far capitale. Una sfaccettatura invisibile ai più, certo, ma non per questo inesistente.
Se pensiamo anche al disegno industriale o all’architettura, vengono in mente di primo acchito degli esempi: la prima Lambretta in tubature, nata proprio durante la riconversione postbellica della grande fabbrica di tubature innocenti di Lambrate o i trulli: passati dall’essere ripari rurali stagionali a ‘buen ritiro’ della ricca borghesia di mezz’Europa.

Pasta mista Garofalo
Pasta mista Garofalo

SARACENO E GLI SCARTI

Una delle opere, forse l’unica, che abbia sempre trovato eccezionale del noto artista Tomás Saraceno è una sorta di finta ‘mongolfiera’ (Museo aereo solar) ideata attraverso una serie di laboratori di comunità, uno dei quali realizzato durante il progetto Isola Art Center – contro la ‘gentrificazione verticale’ del quartiere Isola di Milano – e realizzata ricucendo insieme centinaia di comuni buste di plastica così da formare – appunto – un grande patchwork.
Molte delle altre sue opere mi sono sempre sembrate invece uno sfoggio opulento di muscolatura superflua, utile a divertire una ricca borghesia annoiata nordeuropea.
La stessa “Arte Povera” (alcune delle opere dell’epoca e non di certo i grandi suppellettili – quale l’orrenda mela di Pistoletto riuscita a rendere meno armoniosa anche la vista della splendida stazione monumentale di Milano) rimane uno dei pochi, se non l’unico, movimenti italiani moderni a essere riuscito a sconfinare in modo rilevante: e anche questo si è occupato di opulenza e di scarto, nonostante le forzature curatoriali di alcuni inserimenti, come nel caso di Paolini.
La questione non riguarda il dove andarli esoticamente a cercare questi scarti, ma il vivere nello scarto e dello scarto – derivato di una stupida e perennemente inutile opulenza. Fosse utile, ma la borghesia è decadente e opulenta insieme, essa spende per il piacere agiato di fare decadere e nel mentre gli ultimi inventano cose bellissime senza avere nulla. Il capitale sempre e per sempre acquisterà pure tali invenzioni, ma l’animo che le ha generate, quella spinta vitale è e sarà perennemente inacquistabile.

Fabrizio Bellomo

Neovernacolare (I) – Laboratorio Saccardi
Neovernacolare (II) – L’aspetto esteriore
Neovernacolare (III) – Antiribellione
Neovernacolare (IV) – Il cinismo
Neovernacolare (V) – Vita quotidiana e utilità
Neovernacolare (VI) – Verità universale
Neovernacolare (VII) – Il contesto
Neovernacolare (VIII) – Speranze resistenti
Neovernacolare (IX) –  Affetto e cura

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