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Musei, Minoranze e Alternative Experts

Musei, Minoranze e Alternative Experts

Le istituzioni museali possono oggi beneficiare di alternative experts? Durante un simposio tenuto in ottobre da ABC Città a Milano, si è ragionato su come sradicare dai musei i vecchi stereotipi culturali e sfruttare tali istituzioni e il loro valore socio-culturale per combattere presunti pregiudizi e discriminazioni sociali.

 

Certamente non un’idea pionieristica ma fondamentale per un radicale cambiamento all’interno della comunità. A riguardo, una delle conferenze è stata condotta da Sarah Smed, direttrice del Danish Welfare Museum che ha presentato il concetto di alternative expert.

Ascoltandola, pur non avendo mai visitato la Danimarca, vengono subito in mente stereotipi come, Anderson e la Sirenetta, i Vichinghi, Lego e molti altri. La Danimarca, nota per il suo solido Welfare, per il riconoscimento dei matrimoni omossessuali nel 1986, viene oggi anche ricordata per un passato di crudeli restrizioni praticate contro gli emarginati della società. 

Nel 1872 la Danimarca si trovò in un momento di crisi sociale, che portò nella popolazione un sentimento comune di sfiducia e preoccupazione dovuto all’aumento della disoccupazione, della criminalità e della indigenza generale. Per mitigare il dissenso, la Court House decise di investire nella pubblica edilizia. Il risultato furono edifici di ghettizzazione per i reietti. Scegliendo liberamente di rifugiarsi in questi alloggi, disoccupati, persone sole, disperate o gravemente malate consapevolmente perdevano i loro diritti civili. 

Un tale sopruso contro la dignità umana veniva gravato da un ulteriore marchio che discriminava coloro che bussavano alle porte di tali alloggi tra “degni” e “indegni”. Ne esistevano infatti due tipi. Il primo chiamato poorhouse era adibito ai suddetti degni, ossia coloro che venivano giudicati impossibilitati ai lavori forzati a causa di malattie o anzianità e ai quali veniva però garantito un letto e un pasto più dignitoso rispetto agli indegni. 
Il secondo alloggio, workhouse, ospitava chi era disposto a perdere tutto pur di sopravvivere.

  • Nel 1933 viene approvata una riforma sociale che prevede il mantenimento dei diritti civili solo per coloro etichettati come degni.
  • Nel 1961 una seconda riforma garantisce lo stesso diritto a coloro che erano nelle workhouses.
  • Finalmente nel 1974 questi alloggi sono chiusi.

Dunque, perché Sarah Smed racconta il passato della sua nazione? Come si relaziona con l’importanza del ruolo dei musei per combattere gli stereotipi? Chi sono questi alternative experts?  Per Sarah Smed sono ex tossici dipendenti, senzatetto, giocatori d’azzardo e persone che hanno subito abusi, che ora coraggiosamente vogliono raccontare la loro storia, come fossero gli “indegni” vissuti nei primi anni del ‘900. Una delle poorhouse è oggi il Danish Welfare Museum che ha come missione quella di dare l’opportunità a queste persone di essere giudicate per le loro potenzialità e non per i loro vissuto. 

Perché dunque questi esperti vengono definiti “alternativi”? La loro conoscenza non è fondata su ricerche, sul sapere erudito, su anni di studio, ma sull’esperienza personale. 

Nel Danish Welfare Museum le emozioni e le testimonianze sono fonte di guarigione per il narratore ma soprattutto una crescita civica per il pubblico ricevente. Queste storie personali diventano uno strumento di comunicazione potentissimo con l’obiettivo di educare il pubblico all’empatia, trasformando luoghi costruiti per l’emarginazione e l’esclusione in spazi di dialogo, d’incontro e di condivisione. 

I musei possono così diventare non il luogo statico, apparentemente immobile ed estraneo ai cambiamenti socio culturali ma un luogo sicuro per un confronto alla pari basato su un ascolto attivo che può rompere il muro dei pregiudizi. 

Ultimamente musei come il Museum of Fine Arts di Boston cedono spazio alle minoranze per agevolarne l’appropriazione culturale facendole sentire parte integrante del futuro di queste istituzioni. 

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