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Legature imperfette. Michael Rakowitz al Castello di Rivoli

Se non sapete piangere su un libro aperto e mal rilegato, non siete mai stati davvero umani, gettati nel tempo storico. Forse appartenete a una specie differente, e non capite il dolore e la piena speranza di tutte le comparse rotolanti e di tutti gli spettatori paganti di questa pena-senza-fine-mai, con improvvisi bagliori e infinite produzioni di bellezza.
Ho appena visitato Imperfect Binding di Michael Rakowitz (Great Neck, New York, 1973) ‒ una mostra immensa, per qualità, ambizione e stratificazioni, per la quale vanno ringraziate le curatrici Iwona Blazwick, Marianna Vecellio e Carolyn Christov-Bakargiev, ma soprattutto lui, l’artista ‒ ebreo babilonese nato in America, essere umano dotato di potenza immaginale straordinaria, e straordinaria empatia per le sofferenze delle creature: il tema urgente di Rakowitz è la relazione instabile e salvifica che l’Arte mette in circolo nel tempo e nello spazio a dispetto e nonostante (talvolta contro) la Storia. Il suo demone è la filosofia della Storia, ed è un demone che fa piangere e fa venire le traveggole: lo si può addomesticare guardando gli anni e le cose attraverso un vetro-cipolla, tagliente e lacrimante. Looking through a glass onion. La Storia è un incubo a precipizio, vissuto dagli uomini in caduta libera con l’arte come solo occhiale per vedere attraverso lo specchio e uscire dal disastro.
Sto tornando dal Castello di Rivoli ascoltando Glass Onion dei Beatles, perché Michael Rakowitz è ossessionato dal quartetto di tutti i quartetti e ha loro dedicato una splendida installazione che annette gli eventi storici del Medio Oriente con la cronologia gloriosa e tragica della band di Liverpool. L’Iraq e gli ultimi vent’anni di disastro mediorientale sono al centro di molte delle preoccupazioni di questa mostra. Il titolo deriva da una delle commissioni della Collezione Cerruti, ormai doppelgänger mentale e fisico del Castello di Rivoli, per la quale Rakowitz ha fatto rilegare a Torino un antico libro di preghiere del 1935, appartenuto alla sua famiglia materna, che secondo la tradizione ebraica avrebbe dovuto essere sepolto, perché composto di fogli spaiati.

Michael Rakowitz, The flesh is yours, the bones are ours (La carne è vostra, le ossa sono nostre), 2015, veduta dell’installazione at 14th Istanbul Biennial, 2015. Photo Sahir Uġur Eren. Courtesy l’artista, Istanbul Foundation for Culture and Arts e Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Torino
Michael Rakowitz, The flesh is yours, the bones are ours (La carne è vostra, le ossa sono nostre), 2015, veduta dell’installazione at 14th Istanbul Biennial, 2015. Photo Sahir Uġur Eren. Courtesy l’artista, Istanbul Foundation for Culture and Arts e Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Torino

LIBRI DI CARTA E SERIETÀ

Amo questo artista anche per la sua devota passione per quegli oggetti viventi ‒ non ancora soggetti, senz’altro non morti ‒ che sono i libri di carta. Una delle tappe della esposizione presenta infatti Quale polvere sorgerà (What dust will rise?), lavoro inserito nella Documenta 13 curata da Carolyn Christov-Bakargiev, nel quale vengono resuscitati alla vista e al tatto i volumi perduti delle librerie andate perse a Kassel durante la Seconda Guerra mondiale, scolpiti con la pietra di travertino estratta dalla Valle di Bamiyan in Afghanistan, quella dove i talebani hanno distrutto i due Buddha giganti.
Un’altra cosa rara e difficile che rende prezioso Michael Rakowitz ‒ in un panorama artistico contemporaneo monopolizzato da geniali cazzoni che fanno ironia su tutto ‒ è la serietà da narratore-storico che lo porta a inginocchiarsi tra le macerie dei tanti crolli che hanno puntellato l’ombelico orientale della nostra civiltà occidentale (Medio Oriente, Asia Minore). Si inginocchia e raccoglie e racconta, mettendo in scena con la potenza di un Kienholz vere e proprie narrazioni espanse nello spazio fisico. Ci sono riflessioni sul genocidio armeno, in La carne è tua, le ossa sono nostre (The flesh is yours, the bones are ours, 2015), forse il punto più alto della mostra, acquistata dal Castello di Rivoli e ora nella collezione permanente.

Michael Rakowitz, The invisible enemy should not exist (Lamassu) (Il nemico invisibile non dovrebbe esistere – Lamassu), 2018, veduta dell’installazione, Trafalgar Square, London, 2018. Photo Gautier DeBlonde. Courtesy l’artista, l’Ufficio del Sindaco di Londra e Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Torino
Michael Rakowitz, The invisible enemy should not exist (Lamassu) (Il nemico invisibile non dovrebbe esistere – Lamassu), 2018, veduta dell’installazione, Trafalgar Square, London, 2018. Photo Gautier DeBlonde. Courtesy l’artista, l’Ufficio del Sindaco di Londra e Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Torino

PAROLE CONCRETE

Le varie scene di questo romanzo storico in forma di installazioni e opere ‒ non tanto Guerra e Pace, lo chiamerei piuttosto Guerra e Guerra ‒ sono intervallate, nella Manica lunga del Castello, da tende di plastica rivestite della carta da alimenti dei datteri, un altro elemento di geografia fantastica e fisica che rimanda alla costruzione di pace attraverso i segni della cultura materiale: il cibo, i mobili, le capacità artigiane.
Ci sarebbe da dedicare un articolo a parte alle sculture in papier maché ricavate da giornali arabo-inglesi che aspirano a ricreare a grandezza naturale tutti i manufatti culturali andati persi durante la Seconda Guerra del Golfo, e parte del Palazzo Nord-Ovest di Nimrud, a sud di Ninive, raso al suolo dall’ISIS nel 2015. Il titolo di questa formidabile operazione di chirurgia ricostruttiva è Il nemico invisibile non dovrebbe esistere (The invisible enemy should not exist, iniziato nel 2007 e ancora in corso). Ci sarebbe anche da parlare dei rifugi per senza tetto pensati da Rakowitz per il progetto ParaSITE, o del potente monumento installato a Trafalgar Square.
Io però scrivo dal punto di vista di chi scrive, e amo gli artisti che scrivono a mano sulle proprie opere come Michael Rakowitz. Parole alate e concretissime, ricche e scabre, che coniugano al presente il verbo sempre imperfetto dell’opera appena finita, o sempre in fieri, o mai conclusa. Mi piacciono così tanto che ho seriamente pensato di tirare fuori un pennarello e aggiungerne una anch’io. Non l’ho fatto, per amor di pace museale. Ma avrei scelgo questi quattro versi di Osip Mandel’Stam, pensati in russo dal grande poeta alla fine della sua vita, fiore mangiato da uno Stato carnivoro.

Quanto vorrei, oh quanto
‒ non visto, non sentito ‒
Volare dietro a un raggio
Laddove non esisto”.

La speranza di Rakowitz, e di tutti noi, sta in quel raggio.

Gianluigi Ricuperati

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