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La prima mostra performance dei Public Movement in Italia. Da Vistamare a Milano. L’intervista

Vistamare Studio, la succursale milanese della galleria di Pescara fondata da Benedetta Spalletti (in Lombardia con Ludovica Busiri Vici) che dal 10 novembre presenta la prima mostra – performance di Public Movement in Italia. “Per noi non conta il medium ma l’arte in assoluto. La performance è un mezzo di espressione non c’è una differenza, come la pittura, il disegno, la scultura e la fotografia. Abbiamo visto una loro performance al Museo di Tel Aviv e conosciuto la fondatrice Dana Yahalomi. Abbiamo iniziato a parlare del progetto e ci è piaciuto subito che il loro non fosse solo un lavoro sul corpo e la gestualità ma che ci fosse un interesse alla parte sociologica, politica e storica dei contesti in cui lavorano”, ci spiegano le Spalletti e Busiri Vici. Ma chi sono i Public Movement? Si tratta di un collettivo di performer, creato nel 2006 da Omer Krieger e Dana Yahalomi a Tel Aviv. Nel 2011 Yahalomi resta sola alla guida del gruppo e da allora lavora su progetti site specific in contesti istituzionali e privati in tutto il mondo. La galleria milanese presenterà cinque performance, alle quali il pubblico accederà in piccoli gruppi, per una esperienza che dura 20 minuti. Ma cosa resta in galleria? Ci rispondono le galleriste: “in galleria non rimarrà nulla, nessun video di documentazione o altro. La galleria sarà vuota tranne i giorni in cui la serie di performance si riattiverà. L’ingresso è aperto a tutti e sarà possibile partecipare il 17 e 24 novembre  e 1, 5 e 15 dicembre, prenotandosi sul sito web”, al link in calce. Nel frattempo abbiamo parlato con Yahalomi che ci ha raccontato il progetto nel dettaglio.

 Public Movement, Debriefing Session: Göteborg Göteborg International Biennial, Gothenburg, 2017 Photo by: Hendrik Zeitler
Public Movement, Debriefing Session: Göteborg
Göteborg International Biennial, Gothenburg, 2017
Photo by: Hendrik Zeitler

Dana, come nasce il progetto di questa mostra “partecipativa”?
Temporary Orders è parte delle indagini continuative di Public Movement di come lo scheletro di una mostra può creare un’ideologia politica. Abbiamo iniziato a sviluppare questi lavori mentre ragionavamo su National collection – una mostra performativa che si è tenuta nel 2015 al Museo di Tel Aviv. Fu proprio in questo museo che avvenne la dichiarazione della nascita dello Stato di Israele, nel 1948. Questo evento storico è servito come punto di partenza per il nostro studio sui collegamenti tra nazioni, cittadini e le loro istituzioni artistiche. National Collection, per esempio, è basato su una lunga ricerca durata tre anni, nata da una collaborazione con Alhena Katsof, una curatrice e scrittrice che vive a New York, e me, direttrice di Public Movement, di base a Tel Aviv. Questa è stata l’infrastruttura per tutte le nostre successive mostre performative che si sono svolte negli spazi dei musei – l’adattamento che abbiamo realizzato per il Guggenheim di New York, Choreographies of Power (parte della mostra “But a Storm Is Blowing from Paradise: Contemporary Art of the Middle East and North Africa”, a cura di Sara Raza, 2016), e per la mostra Temporary Orders  da Vistamarestudio a Milano, così come il libro Solution 263: Double Agent (2015), pubblicato da Stenberg Press, e la piattaforma online Public Record ( 2017)

Quali sono i fattori inediti della mostra da Vistamare a Milano?
Temporary Orders non sarà solo la nostra prima mostra in Italia, ma anche la prima volta in una galleria privata. Dal 2006, anno in cui abbiamo fondato Public Movement, siamo stati attivi principalmente in spazi pubblici – e i nostri lavori sono stati per lo più commissionati da biennali, musei e festival di performance. Quando Lodovica e Benedetta, le direttrici di Vistamarestudio, ci hanno contattati, si è aperta una nuova strada per noi. Sono veramente poche le gallerie che presentano mostre-performative o che sono aperte a collaborare a un processo creativo il cui risultato è incerto. Inoltre, lavorare con questo metodo con e insieme a una galleria è decisamente nuovo ed eccitante, poiché tocca un bisogno nel mondo dell’arte visiva di interazioni fisiche reali.

La mostra è la prima di Public Movement in Italia: come cambia il vostro lavoro a seconda del contesto in cui esponete?
Questa domanda tocca il fulcro di come opera Public Movement: tutte le nostre azioni sono site specific per luogo, tempo e tematica.  Quando siamo stati invitati a Milano, la nostra ricerca si è definita focalizzandoci sul ruolo di una galleria nella società, accanto ai moderni intrecci tra arte, collezioni, spazi espositivi e ai modi in cui tutti costruiscono le proprie identità nazionali. Ci siamo concentrati su momenti o situazioni specifiche in cui lo stato utilizza mezzi artistici per modellare se stesso, i suoi cittadini, la loro memoria collettiva e le loro modalità di identificazione. Negli ultimi 12 anni abbiamo studiato diverse condizioni politiche storiche e attuali che sono state plasmate dagli usi dell’arte – attraverso coreografie di stato, come cerimonie, manifestazioni, proteste e attraverso l’arte di stato, responsabile della definizione di un linguaggio visivo che può diventare uno stile nazionale. In Italia, così come in qualsiasi altro paese, ci sono molti esempi che dimostrano la co-dipendenza che esiste tra lo stato e l’arte.

  Public Movement, Honor Guard 4th Asian Art Biennial, Taipei, 2013 Photo by: Hagar Ophir
Public Movement, Honor Guard
4th Asian Art Biennial, Taipei, 2013
Photo by: Hagar Ophir

Ad esempio?
Nel contesto dell’arte moderna italiana, abbiamo focalizzato le nostre indagini sulla ricerca di opere d’arte – realizzate in Italia tra il 1909 e il 1945, che furono saccheggiate, perse o distrutte durante la seconda guerra mondiale. Abbiamo cercato di ottenere ogni possibile documentazione visiva di queste opere, volevamo vedere i dipinti di modo da caricare il nostro coinvolgimento, il nostro legame rispetto a essi, riportandoli in galleria – non in modo oggettivo – ma attraverso l’atto corporale di personificazione.

Per contesto intendo non solo il Paese che vi ospita, ma anche la tipologia di spazio: istituzione, luogo privato, spazio pubblico. Come vi confrontate di volta in volta con la natura del luogo che vi circonda?
Temporary Orders comprende cinque diverse performance: quattro di esse costruiscono insieme una mossa drammaturgica che inizia ogni ora, in modo che lo spettatore possa vederla solo quando fa parte di un gruppo guidato dai performers di Public Movement. Mentre solitamente un visitatore in galleria può camminare liberamente con il proprio ritmo, in questo caso lo spazio della galleria diventa un’arena in cui i corpi in movimento sono i mezzi che rivelano il contenuto della mostra.

Cosa accadrà a Milano?
La quinta parte della mostra è Debriefing Session: Vistamarestudio, una performance one to one con un agente di Public Movement che incontra un visitatore in un luogo segreto all’interno della galleria. Durante questo incontro, l’Agente rivelerà la ricerca di Public Movement sull’arte moderna in Palestina prima del 1948, principalmente dal 1906 in poi, con un adeguamento al tema di Temporary Orders. È una storia da thriller, basata su eventi veri, che svela la nostra ricerca sulle tracce di quei dipinti che si trovano oggi nelle istituzioni israeliane. Essere partecipe, in gruppo o nella performance one to one, trasforma lo spettatore in un agente dell’arte, sperando che così si discosti da un modo passivo di vedere la mostra.

Il vostro lavoro è molto complesso e si confronta con temi anche spinosi: in questo caso qual è il filo conduttore?
È vero che questo lavoro tocca questioni critiche, eppure il nostro obiettivo non è necessariamente quello di metterci in opposizione. Entriamo in spazi che vengono percepiti come protetti nel tentativo di crearvi una rottura.

– Santa Nastro

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