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Il furore artistico di Michelangelo nel film biopic di Andrey Konchalovsky

Ci sono opere che generano cultura e che non rispondono a esigenze di mercato ordinarie. Generalmente nascono da una visione artistica, da un sogno da ricostruire, dalla voglia di condividere con gli altri ciò che ossessiona la mente. Tra queste opere ci sono anche quelle cinematografiche: impegnano la mente attraverso un racconto muscolare, ma alla fine fanno sentire lo spettatore diverso, come quando si intraprende un grande viaggio da soli, o si legge un libro importante.

IL FILM DI KONCHALOVSKY

Un film come “Il Peccato – Il Furore di Michelangelo” di Andrey Konchalovsky, in uscita in tutta Italia in questi giorni, va oltre la dimensione cinematografica. È impegnativo perché dura molto, ma non è mai faticoso perché cammina sui binari della voglia di sapere, con una formula che sovrappone nozioni storiche ad immagini fotografiche contemporanee, raccontando la debolezza umana e la grandezza artistica.  Attraverso la visione appassionata del regista russo, che firma anche la sceneggiatura insieme a Elena Kiseleva, entriamo in una situazione autentica, in un realismo che trasforma il racconto in esperienza.  Un racconto biografico straordinario grazie all’esperienza e alla fascinazione del regista soprattutto per il Michelangelo uomo, come era avvenuto per il postino di “The Postman’s White Nights”, film con cui il regista ha vinto il Leone d’Argento per la miglior regia a Venezia nel 2014. Vittoria seguita sempre a Venezia dall’altro Leone d’Argento nel 2016 con “Paradise”. 

UN FILM SENSORIALE

Così, nell’epoca della realtà immersiva, il film stimola i sensi evocando odori, sensazioni tattili, acustiche attraverso l’immagine come solo i grandi registi sanno fare. Ci mostra un Michelangelo – incarnato nella fisicità realmente sofferente di Alberto Testone – uomo del Rinascimento che strappa la bellezza dalla materia spezzandosi la schiena e le unghie. Nessun effetto speciale: Konchalovsky mette in scena la registrazione dello sforzo fisico degli animali che trascinano marmo e degli uomini che lo lavorano, la documentazione della paura e della fatica, del disprezzo e del cinismo di un’epoca artistica insuperata ma anche storica e sociale. Come Michelangelo manipola l’anatomia della storia per dire la verità sull’artista, per farci sentire quello che sentiva e vedere quello che vedeva, il regista mette in evidenza brutture e disagi di un’epoca, evidenzia la sporcizia prima dell’eleganza dei costumi. Il film, come l’opera di Michelangelo, è fedele alla storia che celebra ma la distorce per accentuarne la potenza e allontanarsi dal rischio della produzione glamour della fiction biografica. Accentua ed esaspera elementi, come l’uso dei veri cavatori e scalpellini, alternati all’interpretazione esperta di grandi interpreti come Orso Maria Guerrini.  Il film è un affresco continuo: una riproduzione iconografica perfetta dei luoghi di Michelangelo da Roma a Firenze e al Monte Altissimo di Carrara. Lo studio delle scenografie di Maurizio Sabatini e dei costumi di Dmitry Andreev asseconda con colta creatività la visione del regista. Così come ha fatto la produzione che è stata in grado di sostenere 14 settimane di realizzazione: dinamiche di lavorazione epiche con arrampicate sulla montagna.

Konchalovsky sul set de IL PECCATO
Konchalovsky sul set de IL PECCATO

LA PRODUZIONE

Il film è frutto di una coproduzione russo-italiana tra Andrei Konchalovsky Studios, Jean Vigo Italia e Rai Cinema ma si deve soprattutto alla figura di Alisher Usmanov il contributo che ha permesso di realizzarlo. Usmanov è un mecenate illuminato che ha già sostenuto investimenti importanti per restaurare il patrimonio artistico italiano, grazie alla sua Fondazione “Arte, Scienza e Sport”, il film è stata un’altra occasione per sostenere concretamente due artisti – Konchalovsky e Michelangelo-, il cinema e la storia dell’arte. Lo sguardo da esploratore di Konchalovsky, che documenta con il film il suo viaggio nel mondo dell’artista, si ferma a lungo in uno dei luoghi più significativi per Michelangelo, il Monte Altissimo. La cava dove sembra esserci un altro mondo e il fatto che gli attori siano i veri artigiani del luogo ci fa pensare continuamente che quegli uomini lavorano li, ancora oggi, in un mondo più simile a quello del film che ai giorni nostri: salire e scendere da stradine a strapiombo su crepacci, il freddo e la polvere bianca che sembra nebbia, le voci sempre doppiate dall’eco, un coraggioso mondo artigiano a disposizione dell’arte da secoli. 

IL CONTESTO

La cava è la parte più coinvolgente del film, quella assolutamente vera in un luogo reale, tuttavia surreale. Ancora una volta il regista “copia” Michelangelo e va a scegliersi il suo “blocco” di sceneggiatura: lì, lo estrae dalla montagna per scolpire la sua opera. L’immagine simbolica del manifesto del film è la metafora del confronto fra l’artista e l’opera, della consapevolezza di poter morire di fatica per far uscire l’anima da quell’enorme blocco di marmo, del confronto fra uomo e natura fra Michelangelo e la montagna come fra il regista e la storia. Un rapporto molto significativo per Konchalovsky che ha voluto che si facesse anche a Carrara oltre che a Roma, Milano, Firenze la proiezione insieme alle autorità che hanno contribuito alla realizzazione del film ma, soprattutto insieme ai cavatori, ai responsabili e ai dirigenti della Henraux. Allo stesso modo i cavatori, il presidente della Henraux Paolo Carli e le istituzioni comunali hanno accompagnato a Roma la proiezione del film alla Festa del Cinema di Roma, in una dimensione di condivisione rara e profonda. La Henraux è quella cava dove sembra si sia fermato il tempo, una storia nella storia che racconta quanto l’arte italiana sia legata alle tradizioni di lavoro artigianale e industriale colto. Prende il nome dall’ex ufficiale napoleonico Jean Baptiste Alexandre Henraux che nel 1821 riapre la cava inattiva da tempo, acquistando il Monte Altissimo.  Michelangelo esplora per la prima volta questo luogo nel 1517, cercando il marmo per la facciata di San Lorenzo a Firenze. Si trasferisce successivamente a Serravezza, vicino Carrara, per aprire le nuove cave, tutte allora di proprietà della Signoria di Firenze. Un capitolo economico che il film mette a fuoco evidenziando la natura folle dell’artista, incapace di gestire il denaro come tutti gli argomenti razionali con gli altri, con la sua famiglia che lo sfrutta, con la committenza, con la bellezza umana. Una condizione che lo obbliga a vivere in modo tale da dichiarare “Non esiste un peccato che io non abbia commesso”.

Clara Tosi Pamphili

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