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Il destino delle audioguide. L’editoriale di Stefano Monti

Facciamo un piccolo riepilogo di cosa è accaduto negli ultimi anni in campi differenti dalla cultura. In un solo decennio abbiamo assistito a una rivoluzione culturale, una rivoluzione dei trasporti, una rivoluzione dei consumi, delle pubbliche amministrazioni, una ridefinizione del tempo libero, una rivoluzione dell’industria musicale, cinematografica and so on.
E mentre succedeva tutto questo, nei musei resistevano, orgogliose e fiere, le audioguide.
Oggi ci sono app che riescono a connetterci con il tessuto urbano attraverso uno smartphone, facendo sì che una semplice passeggiata possa diventare un tour culturale, app che sono in grado di misurare le nostre reazioni corporee di fronte a stimoli esterni. E noi nei musei, nell’apoteosi del contenuto, abbiamo ancora piccoli retaggi del Novecento che raccontano, in modo stereotipato e standard, le opere esposte. Per quale motivo?
I motivi per cui oggi, quando entriamo in un museo, non ci vengono forniti i più evoluti dispositivi tecnologici, ma un banale lettore di tracce audio, sono molteplici. In primo luogo, c’è da riconoscere una grande vitalità relazionale da parte di quelle poche imprese (degne di nota) che popolano questo mercato: negli anni, il rapporto di fiducia che hanno costruito con le pubbliche amministrazioni e l’autorevolezza raggiunta hanno creato una posizione di “vantaggio competitivo” rispetto ad altre proposte. In altri termini, oggi la scelta è tra un’azienda consolidata negli anni, con un curriculum di grande rilevanza, che, pur presentando una tecnologia non innovativa, appare sicuramente più solida rispetto a una delle miriadi di start-up, il cui mercato (quello digitale) è caratterizzato da grande dinamismo (e grande mortalità delle imprese). E le istituzioni culturali, si sa, non hanno una grande propensione al rischio.

Le audioguide nei nostri musei sono retaggi del Novecento

In secondo luogo, c’è una questione infrastrutturale: adottare una tecnologia innovativa non vuol dire semplicemente investire su quella tecnologia, ma sulla totale infrastruttura digitale che essa richiede. Il problema è che per funzionare bene (senza stalli, bug ecc.) un’app di questo tipo deve essere sempre connessa alla Rete. Ciò significa un costo per l’istituzione (l’apertura di una rete wi-fi all’interno di luoghi in cui, per costruzione, spesso non arriva nemmeno la linea telefonica) oppure un costo per il visitatore in termini di uso della Rete (fermi restando i vincoli già definiti), di consumo della batteria (la nostra risorsa scarsa per antonomasia) e di spazio sul dispositivo. Quello delle infrastrutture non è un problema da sottovalutare in termini di costo e complicazioni tecniche. Ricordiamoci che, una volta fornito un servizio, o si mantengono dei livelli qualitativi elevatissimi o la percezione dei visitatori sulla qualità sarà bassissima e un investimento inadeguato, in questo senso, più che un servizio aggiuntivo costituirà un disvalore.
Il terzo motivo, importantissimo, è che probabilmente le nostre pubbliche amministrazioni non sono pronte a questi dispositivi. Ne intuiscono il valore aggiunto, certo, ma non ne sentono l’esigenza. In ogni caso, ci piaccia o meno, i dati di fatto sono due: al momento i nostri musei, le nostre mostre, le nostre istituzioni culturali sono in estremo ritardo su questo aspetto; questo ritardo, prima o poi, verrà colmato. Se non matura, all’interno delle società che detengono attualmente il mercato, la consapevolezza che questo passaggio è inevitabile, saranno destinate a essere sostituite da società più snelle, dinamiche e coerenti con i tempi.
Prima o poi le persone vorranno qualcosa di più. E se non saranno loro a offrire soluzioni più coerenti con i tempi, ci saranno altri attori pronti a farlo. È il mercato, gente (per fortuna).

Stefano Monti

Articolo pubblicato su Grandi Mostre #17

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