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Gli artisti e la ceramica. Intervista a Chiara Camoni

Chiara Camoni (Piacenza, 1974) si diploma in Scultura all’Accademia di Belle Arti di Brera. Ha lavorato per diversi anni presso l’Istituto per la Diffusione delle Scienze Naturali di Napoli. Ha fondato il MAGra (Museo d’Arte contemporanea di Granara) nel 2007 e il gruppo Vladivostok nel 2010. Vive e lavora a Fabbiano, in Alta Versilia. La sua ricerca si concentra sul tempo, sulla natura e sui processi creativi, individuali e collettivi.

In Senza titolo, l’esercito di terracotta (2011-12) sembravano esserci già le premesse a molto del tuo lavoro, anche più recente: quali sono le continuità e le differenze tra questa opera e il recente Kabira, costruito e progettato al Museo Carlo Zauli?
Gli Eserciti di Terracotta nascevano da sessioni di scultura spontanee e auto generate: erano gruppi bizzarri, formati da bambini, amici e vicini di casa che si univano a me nel lavoro, attirati dalla creta disponibile sul tavolo di fronte allo studio. E altrettanto bizzarri erano gli eserciti che ne uscivano, costituiti da centinaia di animali e strane figure, sculture cristallizzate nei tanti possibili momenti di manifestazione della forma, dalle fasi nascenti, ma anche nella sua disgregazione. Kabira è il risultato invece di un workshop più strutturato, seppur aperto e fluido, che si è sviluppato nell’arco di cinque giorni. Si sono alternati momenti pratici e momenti teorici: l’azione delle mani è stata accompagnata dalla lettura e dalla discussione di alcuni testi tra cui Il maestro ignorante di Jacques Ranciére, La scultura lingua morta di Arturo Martini, Reincantare il mondo di Silvia Federici. Ci sono stati veri e propri momenti di sperimentazione e improvvisazione, ma anche sessioni di disegno dal vero en plein air! È stato affrontato il tema del tabù in arte, del soggetto in scultura, delle pratiche collettive e dei saperi condivisi. Si è parlato dei pieni e dei vuoti, di ciò che è scomodo o sconosciuto, delle zone oscure.  Le parole hanno dato forma ai gesti, che hanno creato gli spazi. In questi ultimi anni il mio lavoro ha preso evidentemente una connotazione collettiva e spesso le opere sono il risultato di processi che coinvolgono altre persone. La dimensione del seminario e del workshop è sempre più ricorrente.

Chiara Camoni, La Venere senza Serpenti, 2015, terracotta galestro, cm 24 x 10 x 10. Collezione Paolo Agliardi, Milano
Chiara Camoni, La Venere senza Serpenti, 2015, terracotta galestro, cm 24 x 10 x 10. Collezione Paolo Agliardi, Milano

La ceramica è fatta spesso di alchimia, di strane sperimentazioni che prendono nuova vita dopo la cottura. In due progetti recenti ‒ prima a Montelupo e poi a Faenza ‒ hai lavorato proprio su questo aspetto “tecnico”, trasformando cenere, crini e unghie di cavallo in smalti. Come si sposano queste scelte materiche di volta in volta al senso del lavoro?
La trasformazione della materia è un’avventura entusiasmante. Ottenere uno smalto dalla cenere della legna di un bosco è come ottenere un colore dal paesaggio stesso. Bruciare unghie e crini di cavallo per vetrificare gli occhi della scultura probabilmente mi permette di individuare un percorso preciso e univoco tra i tanti possibili e, allo stesso tempo, di muovermi in una dimensione simbolica e spirituale che determina e in-forma il risultato estetico. Il 17 ottobre a Faenza abbiamo dato vita al Centro di Sperimentazione! Ridendo e scherzando abbiamo costituito un Direttivo e i primi Dipartimenti. Il Centro sarà un organismo complesso e fluttuante, con varie sedi, e si occuperà degli ambiti più disparati, dalla ceramica alla tessitura fino alla poesia esistenziale! Denominatore comune, la sperimentazione, che non significa innovazione, ma essenzialmente l’intenzione di muoversi in ambiti sconosciuti, non prevedibili e soprattutto non ripetibili.

In La pazienza e virtù dei manufatti (2014) ti eri concentrata sul simulacrum, cercando di evidenziare il ruolo dell’oggetto in quanto tale, senza la possibilità di ulteriori rimandi. Moltissimi critici hanno lavorato su questo concetto (Baudrillard, Deleuze, Jameson, solo per menzionare i più noti), eppure molta di questa critica è solitamente citata da artisti con un immaginario molto diverso dal tuo. In questo tuo approccio c’è una vera e propria interpretazione del testo: con quale libertà parti dalle fonti critiche per rielaborare il tuo linguaggio?
Il simulacrum a cui faccio riferimento è qualcosa di più antico, direi arcaico. Sono ad esempio le statue delle divinità, di fronte alle quali abbiamo la sensazione di essere al cospetto della divinità stessa e non di una sua rappresentazione. Ma non mi riferisco solo alla grande statuaria, posso provare un’uguale intensità guardando una ciotola di terracotta, la sequenza delle perline di una collana, un sasso. In questa direzione, io difendo la potenza dell’oggetto, la sua forza. La dimensione intellettuale si esplica per me in maniera molto indiretta nel lavoro, non è mai un rapporto di causa-effetto. La lettura di un libro non produce l’idea di un’opera, che in questo caso ne sarebbe solo l’illustrazione. Costituisce piuttosto il terreno fertile su cui, a distanza di tempo e in modi imprevedibili, può nascere un’opera nuova.

Chiara Camoni, Senza Titolo #18, 2015, terracotta policroma, cm 300 x 150 x 8. Collezione Charlotte e Alan Artus, Charleston, South Carolina
Chiara Camoni, Senza Titolo #18, 2015, terracotta policroma, cm 300 x 150 x 8. Collezione Charlotte e Alan Artus, Charleston, South Carolina

In Barricata (2016) emerge in maniera manifesta il legame con il dato naturale, che però accompagna il tuo lavoro da sempre. Come opera nel tuo processo il legame ‒ tutto naturale, appunto ‒ tra fragilità e resistenza?
La presenza di elementi naturali ed effimeri dichiara appunto fragilità, ma allo stesso tempo la disposizione dei vasi costituisce un’ostruzione, un impedimento, una barricata. Ecco quindi la forma di resistenza, il gesto minimo, ripetuto, che cambia lo spazio. Concludo con alcune parole che accompagnavano la mia ultima mostra personale: “Quando lavoro sono alla ricerca di un Senso, per la mia vita, per il mio essere nel mondo, in questa Storia. Quando questo Senso diventa condiviso, è un piccolo miracolo. È il nostro modo per resistere ‒ alla paura, al tempo che passa, alle notizie del giorno. Faccio un Vaso e rifaccio il Mondo. Abbiamo bisogno di grazia, di un po’ di bellezza. Di Mondi Perfetti. Durano un istante, poi si dissolve tutto, ritorna il flusso del quotidiano e siamo trascinati via. Ma mi rimetto al lavoro ‒ torno a cercare ‒ un altro momento di grazia, un altro Mondo Perfetto”.

Irene Biolchini

LE PUNTATE PRECEDENTI

Gli artisti e la ceramica #1 ‒ Salvatore Arancio
Gli artisti e la ceramica #2 ‒ Alessandro Pessoli
Gli artisti e la ceramica #3 ‒ Francesco Simeti
Gli artisti e la ceramica #4 ‒ Ornaghi e Prestinari
Gli artisti e la ceramica #5 ‒ Marcella Vanzo
Gli artisti e la ceramica #6 – Lorenza Boisi
Gli artisti e la ceramica #7 – Gianluca Brando
Gli artisti e la ceramica #8 – Alessandro Roma
Gli artisti e la ceramica #9 – Vincenzo Cabiati
Gli artisti e la ceramica #10 – Claudia Losi
Gli artisti e la ceramica #11 – Loredana Longo
Gli artisti e la ceramica #12 – Emiliano Maggi
Gli artisti e la ceramica #13 – Benedetto Pietromarchi
Gli artisti e la ceramica #14 – Francesca Ferreri
Gli artisti e la ceramica #15 – Concetta Modica
Gli artisti e la ceramica #16 – Paolo Gonzato
Gli artisti e la ceramica #17 – Nero/Alessandro Neretti
Gli artisti e la ceramica #18 – Bertozzi & Casoni
Gli artisti e la ceramica #19 – Alberto Gianfreda
Gli artisti e la ceramica # 20 – Sissi

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