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Gli artisti e la ceramica. Intervista a Benedetto Pietromarchi

Benedetto Pietromarchi, nato a Roma nel 1972, dopo una vita spesa fuori dall’Italia, da cinque anni è tornato nella sua amata Maremma dove lavora e sperimenta proprio partendo dalla terra che raccoglie vicino al suo studio. Lo abbiamo incontrato per parlare di come è nata la passione per questo materiale, delle sue collaborazioni (come quella fondamentale con Niki de Saint Phalle) e dei suoi progetti, più o meno futuri.

Londra, Berlino, Roma, la Maremma: un elenco sparso dei luoghi in cui hai vissuto. In che misura questi luoghi sono entrati e rimangono nella tua pratica?
Comincerei soprattutto con Londra, che è stata la mia culla, il mio inizio di carriera. Io avevo iniziato a frequentare l’Architecture Association per due anni, in quei due anni si è definita la mia passione per la scultura. Londra è stata importante perché quello era il momento in cui tutto stava cambiando, tutte le scuole d’arte avevano cominciato a trasformarsi e passavano da un approccio classico a uno più concettuale, installativo. Io mi trovavo lì con una base classica, quindi in quei primi anni ho deciso di concentrarmi su un approccio classico. Avevo fatto domanda alle diverse accademie, ma avendo un portfolio classico non sono mai stato selezionato. Questo è stato per me un fondamento: come reazione ho deciso di continuare per quella strada.

Che cosa accadde, poi?
Ho deciso di iscrivermi all’Accademia di Carrara, dove volevo proprio trovare un contatto con le tecniche scultoree: dal marmo alla terracotta alle fusioni ai calchi. Tutto quello che mi porto dietro l’ho messo a punto proprio a Carrara. Dopo questa esperienza sono tornato a Londra per applicare la mia pratica classica a un approccio concettuale. Londra mi ha dato un’idea precisa del dove volevo essere e poi mi ha aperto nuove strade, permettendomi di sviluppare questa consapevolezza tecnica. Il mio ritorno a Londra è stato segnato dalla convivenza e da un senso di comunità: eravamo un gruppo di ragazzi nella zona est (che allora era ancora poco scoperta) e all’interno di questi spazi condivisi abbiamo davvero lavorato insieme come un gruppo, consapevoli di una certa comunanza.

Benedetto Pietromarchi, Quartz, 2018, ceramica, 60x25 cm
Benedetto Pietromarchi, Quartz, 2018, ceramica, 60×25 cm

E questo senso di comunità lo hai trovato anche a Berlino?
Berlino è stata un’esperienza completamente diversa. La decisione di muovermi a Berlino è stata dettata principalmente da una scelta precisa: ero interessato a una più alta qualità di vita. Lì ho conosciuto la disciplina e la possibilità di concentrarmi sul lavoro, nello sviluppare una metodologia, resa possibile anche dall’unicità delle situazioni berlinesi. Negli spazi della BBK ho trovato a disposizione tutti i materiali, i macchinari e i tecnici per la realizzazione delle opere. Queste possibilità ti permettono di concentrarti sulla pratica con una certa autonomia.

La collaborazione con i tecnici l’hai portata avanti anche al tuo rientro in Italia? Te lo chiedo perché nel ciclo di interviste molti hanno parlato delle loro collaborazioni con artigiani per la realizzazione delle loro ceramiche.
No, io sono autonomo e anzi sto cercando di portare avanti questa indipendenza: ho i miei forni e faccio anche le mie crete. Non mi appoggio all’esterno e ultimamente mi muovo proprio in Maremma per cercare le terre, che prendo direttamente nei campi per poi raffinarle, farle maturare e infine usarle.

Il reperimento dei materiali ti riporta proprio alla terra: quanto è importante per te la Maremma in questa mappa di luoghi e geografie che stiamo delineando?
Per me è centrale. È un luogo dove ho le mie radici e mi sento a casa, e questo è molto importante per me che ho viaggiato tutta la vita, fin dall’infanzia (mio padre era un diplomatico ambasciatore e quindi ci muovevamo continuamente per il mondo). Questo nomadismo l’ho poi portato avanti vivendo fuori per molti anni. In questo continuo spostarsi la Maremma è sempre stata (e lo è ora ancora di più dato che ci vivo da cinque anni) l’unico punto di riferimento per me. Questo mi ha dato la concentrazione e l’ispirazione per il mio lavoro. È diventata una terra che parla delle mie radici (e attraverso queste radici parlo della terra stessa).

Il legame con la terra e con la Maremma è anche la ragione che muove il tuo lavoro con l’argilla?
Il mio primo incontro risale a Pietrasanta, dove ci sono diverse botteghe che all’epoca lavoravano con questo materiale. Da allora non mi ha più abbandonato: sono profondamente legato all’argilla, che è un materiale che mi dona la possibilità di una lavorazione diretta, che mi permette di esprimere al meglio ciò che voglio dire, anche grazie al contatto diretto. La sua plasticità è per me legata al corpo, in una relazione diretta che negli anni ho maturato e perfezionato. La terracotta è sempre stata centrale, ogni tanto lavoro con altri materiali, ma mi accorgo ogni giorno di più di volerla portare avanti ed è anche per questo che mi sono avvicinato alla ceramica, perché desideravo darle colore. Il colore, nella sua dimensione pittorica, è qualcosa che mi affascina da tempo: per esempio ho fatto una serie di autoritratti di Rembrandt riprodotti in terracotta. Per me le pennellate sono molto simili all’applicazione della creta fresca. Ovviamente con la ceramica il colore si avvicina a questa dimensione.

Benedetto Pietromarchi, Senza titolo, 2018, terracotta smaltata, radici di pino, pietre, 44x20x20 cm. Courtesy Francesca Antonini Arte Contemporanea
Benedetto Pietromarchi, Senza titolo, 2018, terracotta smaltata, radici di pino, pietre, 44x20x20 cm. Courtesy Francesca Antonini Arte Contemporanea

Il tuo studio sulle piccole variazioni cromatiche delle terre sembra inserirsi proprio all’interno di questa ricerca pittorica.
Assolutamente sì, infatti ora sto lavorando su una serie di cromie piuttosto estese: quando recupero l’argilla dai campi, la sua composizione ferrosa le dona un colore molto più rossastro, mentre quando faccio i prelievi vicino ai fiumi so di trovare materiali che una volta cotti vireranno verso il rosa. Già con questo repertorio si ha una tavolozza: ed è per questo che quando uso la ceramica spesso lascio la terracotta a vista, proprio per sottolineare questo suo colore.

Nel descrivere questa tua fascinazione per la terra hai già menzionato momenti fondamentali (come quello degli anni in Accademia) e un maestro, come Rembrandt. Mi viene da chiederti se ci sono altre figure che hanno influenzato la tua pratica, più che l’estetica.
Ci sono due artiste che sono state fondamentali per la mia crescita. La prima, con la quale ho avuto la grande fortuna di collaborare, è Niki de Saint Phalle. Ho lavorato con lei per la realizzazione del Giardino dei Tarocchi, che è molto vicino a dove vivo ora. Ho potuto passare molto tempo con lei e questo ha nutrito la mia pratica. Per me è stato fondamentale vedere come una mente così fervida può mettere in atto il suo processo. Stando in studio con lei ho imparato a saldare, anche perché era la fase iniziale in cui realizzavamo tutti gli scheletri in ferro delle sculture. La mattina saldavo e il pomeriggio invece stavo in studio con lei, rivedendo e discutendo i bozzetti, la fase della realizzazione e la sua metodologia mi hanno molto influenzato.

Hai anche altri punti di riferimento?
L’altra artista a cui devo moltissimo è Eva Hesse: è stato certamente grazie alla sensibilità di Niki che sono arrivato a questa seconda grande artista, che ha saputo sorprendermi proprio per la sua espressività viscerale. Il suo modo di affrontare il lavoro, partendo più dallo stomaco che dalla testa. La sua capacità di uscire dal quadro, una cosa all’epoca molto innovativa, è qualcosa che mi affascina, che cerco anche io di risolvere in più occasioni. Questo per l’ambito più contemporaneo, perché per il classico, invece, sento un profondo debito nei confronti dei maestri del Novecento italiano, specie nel loro modo di trattare l’argilla.

E gli anni passati a studiare architettura come si inseriscono all’interno della tua pratica?
Credo di portare ancora con me un atteggiamento tecnico di composizione strutturale. Nell’opera presentata per la mostra Foresta Urbana a Palermo (a cura di Paolo Falcone) ho messo insieme diversi materiali: il ferro, il legno e la maiolica. La parte in ferro ‒ piegato e saldato ‒ è di 4 metri ed è sostanzialmente una grande struttura: questo è il lascito degli studi di architettura, una predisposizione a lavorare con un progetto strutturale, che mi permette quindi di lavorare anche con opere imponenti e di dialogare consapevolmente con il paesaggio attorno.

Benedetto Pietromarchi, Oliva Caerula, 2018, maiolica, ferro e tronchi di ulivo, 430x200x200 cm
Benedetto Pietromarchi, Oliva Caerula, 2018, maiolica, ferro e tronchi di ulivo, 430x200x200 cm

In merito a questa relazione con il paesaggio che circonda le opere, come hai deciso di affrontare spazi tanto diversi negli ultimi anni? Penso alle sculture posizionate in centro a Londra, all’opera ora a Palermo e al progetto portato avanti per Hypermaremma.
Tutte le opere che citi sono state pensate proprio per i luoghi nei quali andavano a inserirsi. Nel caso di Hypermaremma, il contesto era paesaggio puro: il cormorano è una figura che si sposa con il luogo, come se contenuto e forma dell’opera si unissero in maniera naturale al paesaggio che ha generato il lavoro. Per Londra, in Sculpture and the City, il lavoro era pensato proprio all’inverso: dei personaggi al di fuori della città erano inseriti volutamente all’interno di una situazione a loro estranea. La parte meccanica della città, il suo essere fucina e luogo di produzione, si specchiavano invece nelle parti inferiori delle sculture, principalmente composte da motori e ferri.

Progetti futuri?
Io ho un grande desiderio di poter espandere la ricerca realizzando sculture più monumentali e complesse, usando la terracotta e la ceramica. Nell’immediato futuro questo forse non sarà subito possibile, ma sto lavorando con questa visione. Vorrei poter creare una bottega, avere persone con cui collaborare e quattro forni più grandi. Non vorrei lavorare di più, ma vorrei avere la libertà di poter sbagliare di più. Nel futuro più immediato, invece, a gennaio, presenterò alla Josh Lilley Gallery un nuovo ciclo sempre ispirato agli uccelli, in cui lavorerò molto con le terre, ma altrettanto con il colore.

Irene Biolchini

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