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Galleria Borghese. Anna Coliva sospesa per assenteismo: gira una lettera aperta e partono sospetti

Forse non si è ben compresa la gravità della cosa. Forse il fatto di avere uno dei maggiori musei del Paese (e uno dei più celebri al mondo) col direttore sospeso in virtù di accuse gravi e assai antipatiche è cosa passata in secondo piano tra crisi politiche e governi mancanti. Eppure la faccenda è decisamente seria e pesante e merita – dopo quella che abbiam già fatto dando la notizia – una seconda riflessione.

LA VICENDA

La storica direttrice della Galleria Borghese Anna Coliva è stata – a seguito di un esposto anonimo risalente al 2014 che ha scatenato indagini giudiziarie – rinviata a giudizio con l’accusa di assenteismo. Secondo gli inquirenti, la Coliva si sarebbe assentata (quando ancora era funzionaria, prima della riforma Franceschini che ha dato maggiore autonomia ai musei) senza segnalare correttamente la sua non presenza sul posto di lavoro. A quanto pare le indagini, svolte dai Carabinieri, presentano lacune e superficialità (molti giorni considerati di “assenza ingiustificata” si sono rivelati poi meri giorni di ferie) ma nonostante ciò il Ministero, nella persona del Segretario Generale Carla di Francesco – senza riuscirci abbiamo provato a contattarla -, ha optato per una repentina sospensione dal servizio per sei mesi. Si tratta di un provvedimento legittimo da parte del Collegio Romano, ma clamorosamente esagerato. E indubbiamente inedito.

Anna Coliva
Anna Coliva

IL PROVVEDIMENTO DEL MINISTERO

È impensabile, infatti, considerare che Anna Coliva si sia risparmiata sul lavoro impegnandosi meno ore di quelle per le quali era pagata, basti per questo il computo delle ore in eccesso accumulate, che risultano essere quasi il triplo delle ore contestate da chi ha effettuato le indagini. Sorprende dunque che il Ministero, specie in un periodo di vacanza istituzionale e con un Governo in carica solo per gli affari correnti, abbia optato per un provvedimento di così grande impatto non solo per la diretta interessata, non solo per l’immagine di uno dei più straordinari musei italiani (che ne esce a pezzi, e già fioccano articoli sulla stampa internazionale), ma anche e soprattutto per i grandi progetti che la Galleria Borghese aveva in fase di chiusura. E sorprende che lo abbia fatto in tempi rapidissimi (20 giorni in tutto, quando ce n’erano 60 a disposizione) e senza approntare una vera istruttoria, bensì fidandosi di un frettoloso rinvio a giudizio e assumendolo come fosse una condanna passata in giudicato.

Gian Lorenzo Bernini, La Verità, 1646-52. Galleria Borghese, Roma (c) Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo - Galleria Borghese
Gian Lorenzo Bernini, La Verità, 1646-52. Galleria Borghese, Roma (c) Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo – Galleria Borghese

I PROGETTI DELLA GALLERIA BORGHESE

I grandi progetti, dicevamo. Già perché la Galleria Borghese, oltre ad essersi trasformata nell’ultimo decennio in una macchina da guerra anche dal punto di vista economico (solo l’ultima mostra su Bernini ha portato nelle casse statali qualcosa come 2 milioni e mezzo di euro), era proprio alla vigilia di questi fattacci prossima ad una svolta clamorosa. Il Caravaggio Research Institute (di cui noi avevamo già parlato qui) avrebbe dato una svolta al ruolo stesso del museo e oggi, con una Coliva azzoppata, rischia grosso così come rischiano di essere perduti i denari che Fendi aveva deciso di investire. Con il centro di ricerche su Caravaggio, la Galleria Borghese sarebbe diventata una sorta di “ente certificatore” delle tante opere di Caravaggio che oggi, strumentalizzate e tirate per la giacchetta in mille mostre e mostrine, vengono utilizzate molto spesso da organizzatori molto business oriented e poco devoti alla ricerca. Le centinaia di mostre con “Caravaggio” nel titolo che oggi girano per il mondo, anche grazie a fin troppo generosi prestiti pubblici, avrebbero potuto subire una battuta di arresto e senz’altro chi beneficia del grande giro d’affari che ne scaturisce non sarebbe stato felice. È probabile insomma (giusto perché è necessario immaginarsi una spiegazione all’inspiegabile comportamento del Ministero) che la Coliva stia pagando la sua strisciante ostilità alle mostre blockbuster e ai relativi potenti organizzatori che già avevano dovuto dire addio alla Galleria Borghese e che ora rischiavano anche di non poter più utilizzare il nome che rappresenta la gallina dalle uova d’oro. Se il progetto del Caravaggio Research Institute continuerà anche senza Anna Coliva saremo smentiti. Felici di esserlo. Intanto tutte le perplessità che abbiamo riportato stanno girando in una lettera aperta firmata da molti direttori di musei.

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