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Donne e fotografia, a Paris Photo

Paolo Conte, che ha cantato l’amore per la donna invernale, “morbida e pelosa e bianca, afgana, algebrica e pensosa”, avrebbe avuto più di un coup de foudre tra gli stand della grande fiera fotografica dell’autunno parigino, la città che ha consacrato il suo successo. Di sicuro, per la “woman with hat”, immagine di Sarah Moon del 1971 (alla England & Co), cappello, sciarpa e frangetta, il volto sospeso tra ombre e riverberi, come quello di una diva del muto. Sarebbe stata perfetta come faccia da cover per la sua famosa canzone. O le donne raccolte e distese in concrezioni naturali di Edward Weston, all’apparenza lisce e levigate come ciottoli di fiume. Poi, a guardare meglio, si scorgono i peli sulle gambe. Sono sparse nel dedalo di percorsi di Paris Photo e possono raggiungere cifre vertiginose, se la stampa è dell’autore e non del pur bravo figlio Brett: una ragazza in acqua, stampa coeva, da Bruce Silverstein di New York, superava i 100mila euro.

Antoni Miralda, Hazañas Bélicas, 1969. Courtesy Henrique Faria Fine Arts
Antoni Miralda, Hazañas Bélicas, 1969. Courtesy Henrique Faria Fine Arts

CORPI E SUPERCORPI

Diventano quasi astratte invece le figure femminili del trentenne olandese Bastiaan Woudt, presentato dalla Kahmann gallery di Amsterdam. Sembrano l’evoluzione geometrica e misteriosa di ragazze da copertina, ma l’autore, assicurano dalla sua galleria, non viene dal mondo della moda ed è autodidatta. Il corpo della donna, eterna ossessione della fotografia, attraversa come un fiume carsico questa edizione di Paris Photo. Con un’indiscreta irruzione di supercorpi di modelle, che forse stride un po’ in una fiera dedicata alla foto d’autore e di ricerca. Se Helmut Newton è canonizzato, la patina glossy di Thierry Mugler appare fuori posto. Più intriganti le provocazioni politico-concettuali del catalano Antoni Miralda: seni nudi e torniti assediati da soldatini (Henrique Faria Fine Arts).

Tim Walker, Duckie Thot and Harry Alexander, cat walking. Fashion A.F. Vandevorst & Philip Treacy hat. London, 2017. Courtesy Michael Hoppen Gallery
Tim Walker, Duckie Thot and Harry Alexander, cat walking. Fashion A.F. Vandevorst & Philip Treacy hat. London, 2017. Courtesy Michael Hoppen Gallery

REALTÀ E TEMPO

Le visioni del corpo femminile giocano con il senso di realtà. È il caso di una photoperformer estrema e potente quale la giapponese Mari Katayama, che mette in mostra la sua disabilità in scenografie di pupazzi e cuscini biomorfi cuciti nelle ore solitarie dell’infanzia (Sage, Parigi). Il suo pellegrinaggio verso casa su arti prostetici fa venire in mente V., la protagonista del primo romanzo di Thomas Pynchon, le cui parti organiche sono via via sostituite da stoffe, metalli e meccanismi a orologeria. È realtà ma sembra surreale quanto l’avanguardia dei primi del secolo scorso di: un suo fondoschiena perfetto non ha quasi nulla di erotico, irradia piuttosto una luce interiore (Gittterman & Von Lintel). Si sente invece un brusio di fondo nei nudi barocchi di Tim Walker, forse viene dal ronzio delle pale delle macchine volanti Gen H4 cavalcate da geishe (Michael Hoppen Gallery).
Sarà la voce del tempo?  Il bacio sotto la lente d’ingrandimento e gli amanti dalle epidermidi incollate e distanti di Pixy Liao esplodono piuttosto in un silenzio assordante alla Blindspot Gallery. Tutt’altro il ritmo, da Instagram series, di Lin Zhipeng da Akio Nagasawa: la sua quadreria di vignette social ha al centro un derrière di ragazza con la scritta “fragile”. Lo Zeitgeist nel sedere.

Fabio Sindici

https://www.parisphoto.com

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