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Danza. Prima nazionale al VIE Festival per Dimitris Kourtakis

Lo spettacolo nelle premesse sarebbe in grado di far impallidire le teorie sull’immagine di Pinotti e Somaini. Statuto dell’immagine, rapporto con il reale e la sua rappresentazione, volatilità della sua superficie fantasmatica e immaginifica: densità da cui attingere a piene mani per ridefinire le pietre miliari dell’indagine sullo sguardo e sul suo rapporto con il vero.
Ma la scena non è solo un accumulo teorico, un testo argomentativo. E questo anche quando sul palco dello Storchi di Modena l’abitazione in cui si comprime il performer di Dimitris Kourtakis assomiglia più a un sasso magrittiano svuotato di materia grigia che a un castello kafkiano, in cui perdersi asfissiati da se stessi e dalle proprie parole.

DA MATTA-CLARK A BRUCE NAUMAN

E il teatro non può nemmeno reggersi su uno scambio di scena con le arti visive. Failing to levitate in my studio è un campionario di citazioni declinate smaccatamente in un mal assemblato crogiolo di riferimenti. Il monolito abitativo è destrutturato e tagliato con le fenditure che Matta-Clark solcava nella stabilità borghese delle abitazioni squarciando l’ipocrisia del dentro con il voyerismo del “fuori”.
Bruce Nauman è doppiamente presente, prima nel corridoio che avvicina allontanando il performer e poi in quell’ossessione da misura corporale dello spazio di Walking in an Exaggerated Manner Around the Perimeter of a Square.
Per non parlare dei cosiddetti stati di allerta di Vito Acconci che, se all’epoca si masturbava sotto l’impiantito delle gallerie, qui ansima cercando nell’occlusione delle pareti una via di fuga da sé. Ma in questa buona compagnia ci sono anche Terry Fox e le abitazioni-monumento di Rachel Whiteread. E come non pensare al finale de il Sapore della ciliegia quando il performer coperto dai sassi che ha tolto da una sorta di scultura di Richard Long esala le ultime profezie prima del buio?

Dimitris Kourtakis. Photo per gentile concessione del Festival VIE
Dimitris Kourtakis. Photo per gentile concessione del Festival VIE

DA CAMUS A CARTIER-BRESSON

Insomma lo scambio di scena dovrebbe essere funzionale al discorso della tesi: scambiarsi lo sguardo. Sorvegliati e sorveglianti sono nel medesimo non-luogo. Però niente è completamente negato, la parola tradotta in italiano sugli schermi va per conto suo in un delirio beckettiano afasico: non c’è né didascalia all’immaginario, né compendio alla condizione di prigioniero di sartriana memoria. Gli incidenti tecnici al microfono poi non aiutano a creare il labirinto di Welles dentro cui il personaggio è il classico topo in trappola.
Dentro la struttura c’è il Sisifo di Camus che si tortura nel tempo e nella fuga da una Viridiana claustrofobica, fuori dovremmo sentire la sua ossessione e la coazione a ripetere. I buchi neri delle finestre dovrebbero essere le voragini da cui transita il nulla di Giorni felici, eppure ci affascinano più che altro per la breccia che creano sull’estetica raffinata del bianco e nero proiettato sul muro prospiciente la platea. La composizione di quell’immagine di cui qui si nega lo statuto ritorna splendente a ricordarci quanto sia sublime saltellare tra una pozzanghera e l’altra (più che tra un materasso e un tavolo), come in uno scatto di Cartier-Bresson.

Simone Azzoni

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