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Cinema e animazione. Capitan Mutanda

Chi ha figli in età scolare non può non conoscerlo. Per chi invece ne ignorasse l’esistenza, Capitan Mutanda (Captain Underpants), in arrivo il 1° novembre nelle sale italiane nella sua versione cinematografica, è il “supereroe” di una serie di romanzi per bambini nato dall’immaginazione di Dav Pilkey. Una vera e propria star della carta stampata, protagonista di un inesaurito successo planetario che ha saputo snocciolare, uno dopo l’altro, dodici libri e tre spin-off venduti in oltre settanta milioni di copie e tradotti in venti lingue diverse.
Ora la Dreamworks sta per portarlo sul grande schermo in un demenziale cartoon, probabilmente il primo di un possibile “franchise” di lunga durata. I personaggi principali – come nel libro, ma coi loro nomi originali – sono due bimbetti famosi per le loro marachelle, Harold e George, compagni di classe inseparabili (frequentano insieme la quarta elementare) e amici per la pelle. Uno biondissimo e perfettamente “wasp”, l’altro appartenente alla comunità afroamericana, quando non ne stanno combinando una delle loro passano il tempo in una casetta sull’albero, inventando storie e disegnando fumetti. Sono loro, nella dimensione meta-testuale, ad aver dato i natali al Capitan Mutanda, difensore “per caso” vestito solo di un paio di mutandoni e di un rudimentale mantelluccio rosso.
A rendere la vita impossibile ai due monelli è il preside della scuola, l’irascibile signor Grugno, seriamente intenzionato a spezzarne l’amicizia, destinandoli in classi diverse. Per opporsi a una così terribile punizione, i ragazzini ipnotizzano Grugno con un anello magico trovato in una scatola di cereali per poi trasformarlo – tra la laaaaaa – in Capitan Mutanda con un semplice schiocco delle dita (ma basterà uno spruzzo d’acqua per riportarlo allo stato originario, malumore compreso). Come in ogni storia di supereroi che si rispetti c’è anche un villain da sconfiggere. E chi meglio di un professore di scienze, il professor Pannolino, in realtà un inventore pazzo poco incline all’ironia, può interpretare la parte del cattivo?

UNA SCANZONATA LEGGEREZZA

Il team Dreamworks compie una specie di miracolo dando dignità a un progetto già sulla carta programmaticamente e orgogliosamente “stupido”, senza però tradirne la scanzonata leggerezza. Alternando animazione in 2D e in 3D (compreso il leggendario flip-o-rama) e attingendo liberamente qua e là alla materia letteraria (dal professor Pannolino ai Gabinetti Parlanti che – potremmo giurare – torneranno nei sequel), Capitan Mutanda è proprio ciò che ti aspetti: un festoso e insensato inno all’immaturità, lontano anni luce dai complessi e stratificati cartoon della Pixar. E se il pubblico di bambini (piccoletti) cui il film è rivolto faticherà a cogliere i fugaci omaggi cinefili (da Godzilla alle comiche del muto), certamente sguazzerà nella sequela di gag che si susseguono, una dopo l’altra, a un ritmo indiavolato. Si potrebbero prendere a prestito le parole che Grugno usa a proposito del fumetto di Harold e George e declinarle al film: improbabile, infantile, scurrile, pieno di umorismo becero. Sì. E alquanto divertente.

Beatrice Fiorentino

USA, 2017 | 89’ | regia: David Soren

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #40

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