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Che cos’è la cultura? Un omaggio a Renato Barilli

L’aula delle lezioni non era mai molto affollata. In piedi, appoggiato alla cattedra, attorno ai gradoni in legno scuro che si disponevano a emiciclo e in pendenza, in uno dei vari auditori della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bologna, il professore Renato Barilli era solito iniziare i suoi ammaestramenti rivolgendo una domanda alle giovani matricole che lo stavano ascoltando, come allora era il sottoscritto. Una domanda che, indirizzata così inaspettatamente, senza nessun preavviso, generava a tal punto apprensione verso i novelli universitari che c’era chi – e io ero tra quelli – faceva finta di rovistare dentro lo zaino, pur di non incrociare lo sguardo del professore che laggiù dalla cattedra, con il dito puntato a mezz’aria, indagava chi potesse rispondere.
La domanda, rivolta a bruciapelo, apriva così laboriosi abissi di senso, di significato, dilemmi, complicazioni, complessità, che quasi nessuno – avendo timore di essere inadeguato e di generare riso o profonda delusione – osava dare risposta.
Che cos’è la cultura?”, chiedeva, facendo poi calare un silenzio cimiteriale in aula, nell’attesa che qualcuno, tra i pochi impavidi, alzasse la mano e provasse ad articolare un pensiero appropriato alla fondatezza della questione. Io ero tra i molti rimasti muti.
A distanza di decenni, però, posso dire che quella domanda, che allora mi faceva sentire così manchevole e inadatto, è stata la palestra intellettuale a cui alleno, tutti i giorni, la mia mente di critico d’arte.
Allora non capii la lezione del maestro. Non si capiscono mai subito le lezioni profonde. Ti cambiano dentro e non te ne accorgi. Le metti a fuoco negli anni quando comprendi che non solo ti hanno formato ma ti stanno tuttora determinando sguardi e giudizi.

DOMANDE E RISPOSTE

Perché il professor Barilli faceva quella domanda?
La risposta è ora distintamente chiara quanto allora appariva oscura: c’insegnava a pensare anagogicamente, per anagogia. Ci insegnava cioè a non avere soltanto una conoscenza tecnico-specifica del particolare (ad esempio, un movimento, un artista, un secolo), ma ad avere anche una visione dall’alto dei processi espressivi, stilistici, filosofici, sociali, economico-produttivi, che sono alla base di quel particolare. La competenza specializzata del dettaglio è tanto più adeguata quanto più sa ergersi dal dettaglio e guardare la geografia più vasta in cui esso è inserito. Conoscere l’arte non è conoscere i dettagli, ma conoscere i rapporti tra i dettagli, le fenomenologie dei rapporti, le direzioni di marcia di questi rapporti, non solo all’interno del campo dell’arte ma nelle intersezioni che l’arte intrattiene con i fattori produttivi e industriali, con i salti tecnologici, con le nanoscienze, le neuroscienze, le bioscienze, con il pensiero filosofico, con le ideologie dominanti e quelle subalterne.
Puoi fare la minuziosa esegesi delle ultime Biennali di Venezia, approfondire con occhio filologico le diverse curatele in seno ai Padiglioni, essere informatissimo sugli artisti chiamati a esporvi, ma questa è soltanto una delle conoscenze attorno al fenomeno “Biennali di Venezia”. Forse addirittura la più scontata, la più epidermica. Il dettaglio studiato nel suo essere puro dettaglio. Il professor Barilli, con quella domanda e con le altre che poneva ai suoi studenti, ci allenava ogni volta ad allargare – costantemente, come pratica quotidiana di giudizio critico – il perimetro della visuale. Estendendo la visuale a piani superiori rispetto alla circostanziata perizia del dettaglio.
Perché esiste la Biennale? Cosa ha cambiato nei linguaggi espressivi questa ricorrente esposizione internazionale? Cosa ha cambiato, nella città di Venezia, l’accumularsi di decine e decine di edizioni? Essendo arrivati quasi alla 60esima manifestazione, la Biennale è un patrimonio storico culturale in sé, a prescindere da ciò che mostra? Ha rinnovato gli alfabeti artistici per condizionamento, per forza di gravitazione, oppure va giudicata per il suo “esporre” in quanto tale, come scriveva per il museo Martin Heidegger? Quali ricadute occupazionali ed economicamente riscontrabili ha generato il vettore “Biennale” nel contesto italiano? Ha influito sulle politiche governative in tema di cultura e ricerca, ha modificato nel tempo il pensiero sociale di se stessa, oppure è rimasta una zona franca dove le élite vanno a vedere le sperimentazioni espressive e il cosiddetto popolo continua a giudicarla – albertosordianamente – una bizzarria per spiriti creativi? Qual è il motivo profondo della Biennale? Perché – e se – è necessaria?

Senza questa doppia tensione – ovvero la riflessione che tiene uniti dettagli e visioni aeree, e il conseguente sguardo attivista – il critico d’arte diventa irrilevante”.

Queste e molte altre domande dimostrano come il sensus anagogicus, cioè il metodo di passare dai dettagli, dalle loro intersezioni e punti di rottura, a livelli di interpretazione più complessi e articolati, fino ad arrivare a riflessioni di carattere universale (“che cos’è la cultura?”) è e deve essere pratica costante per un critico d’arte, e in generale per un uomo d’intelletto.
Quale conseguenza inevitabile ha questo metodo, che Barilli cercava di iniettare ai suoi allievi? La militanza. Non è possibile studiare i processi ed esserne neutralmente equidistanti. L’accusa che Barilli ha fatto più volte al ruolo svilente e conformista dei curatori di mostre d’arte, anche qui su Artribune Magazine, è proprio quella di essere passivamente degli asettici allestitori di esposizioni, senza avere una visione motrice di riferimento che muova la loro azione, la loro lettura della storia dell’arte (non a caso pubblicano quasi niente). Questa visione motrice è appunto ciò che muove la militanza: la non indifferenza rispetto ai fatti della storia.
Senza questa doppia tensione – ovvero la riflessione che tiene uniti dettagli e visioni aeree, e il conseguente sguardo attivista – il critico d’arte diventa irrilevante. Contro il pericolo dell’irrilevanza sociale del pensiero critico, il professor Renato Barilli metteva in guardia le giovani menti che, all’università, per decenni ha plasmato. E almeno io, di questo, gli sono riconoscente.

Luca Nannipieri

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #49

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