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Arte sacra all’ombra delle Dolomiti. Il nuovo Museo Diocesano di Feltre

Il termine castello richiama già tutta la suggestione dell’antichità che trapela dalle mura del nuovo Museo Diocesano di Feltre e Belluno. Un museo fortemente voluto dalla diocesi che, a partire dai primi Anni Duemila, scelse di ristrutturare proprio la residenza fortificata fatta costruire dai vescovi intorno alla metà del Duecento per ospitare le opere d’arte sacra provenienti dalla cittadina veneta e dalle circostanti vallate dolomitiche. La collezione ora è esposta mediante un allestimento su misura, curato nei minimi particolari dopo lunghi e complessi lavori sugli ambienti che nel corso dei secoli videro interventi di rifacimento e ampliamento – i più consistenti dei quali sotto la guida dei vescovi Rovellio e Gradenigo, vissuti rispettivamente alla fine del ’500 e all’inizio del ’600 – nonché periodi di abbandono e di spoliazione. Oggi l’edificio si presenta come un palinsesto stratificato in cui gli ambienti più antichi si intersecano con quelli più recenti e le modalità espositive valorizzano sia gli oggetti sia le strutture architettoniche con le relative decorazioni sopravvissute.

LE RACCOLTE

Per sua natura, un museo diocesano è destinato a conservare opere di varia tipologia, datazione, provenienza, attribuzione: è lo scrigno dell’arte appartenente alla zona sottoposta alla cattedra episcopale, luogo dove si raccolgono opere che non hanno più sede o dove vengono trasferite preziose testimonianze che altrimenti rischierebbero di essere compromesse. Queste sono anche le caratteristiche delle collezioni di Feltre, che cronologicamente spaziano dall’alto Medioevo – i reperti di quest’epoca si trovano nelle cantine – al contemporaneo, cui è dedicata una piccola sala con due opere di Mimmo Paladino (Il valore dell’uomo è stato realizzato appositamente per il museo) e di Arnaldo Pomodoro, oltre ai lavori di altri maestri novecenteschi del territorio. Tipologicamente il museo comprende dalle pale d’altare ai paramenti sacri, dalle oreficerie – degno di nota il calice argenteo del Diacono Orso, il più antico calice eucaristico dell’Occidente – alle sculture di grandi dimensioni fino ai popolari ex voto. E per una migliore comprensione degli oggetti e dei loro contesti, a Feltre le opere sono state esposte secondo criteri tematici che guidano il visitatore attraverso un corpus altrimenti troppo frammentato di soggetti e temi.

Andrea Brustolon, I quattro Evangelisti, 1700 ca., dalla scomparsa chiesa della S. Croce
Andrea Brustolon, I quattro Evangelisti, 1700 ca., dalla scomparsa chiesa della S. Croce

TESTIMONIANZE DI SPICCO

Percorrere le 27 sale, spesso “marchiate” dai vescovi Jacopo Rovellio o Tommaso Campeggi, consente di percepire subito l’impronta storico-artistica di un’area montana, di confine e di transito attraverso cui passavano le merci, le idee e gli stili. L’ambito veneto di Terraferma e della Serenissima si interseca allora con un filone più nordico che si intrufola dalle valli dolomitiche e caratterizza alcuni modelli iconografici tanto quanto l’uso del legno come materiale privilegiato. Maestro pressoché sconosciuto altrove, ma certamente da rivalutare, Andrea Brustolon (Belluno, 1662-1732) emerge con forza tutta barocca e l’imponenza dei suoi lavori si distingue in un panorama di sculture lignee ancora compatte, fisse e immobili. Dell’artista colpisce il gruppo dei Quattro Evangelisti che sorreggono la sfera celeste, rappresentativo del suo virtuosismo tecnico e della potenza creativa.
Non mancano i grandi nomi della pittura veneta tra Cinque e Settecento: è di Tintoretto una Madonna con Bambino dipinta per gli Agostiniani di Ognissanti a Feltre, mentre Sebastiano Ricci firma due tele commissionate dalla chiesa di Vedana e una suggestiva Natività.

Marta Santacatterina

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