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A Tour not so Grand. Le fotografie di Massimo Baldini secondo Attilio Brilli

Il modo nuovo di porsi di fronte alle multiformi realtà ambientali che offre oggi un viaggio in Italia come quello compiuto da Massimo Baldini in questa raccolta fotografica, è tanto più incisivo, quanto più il viaggiatore contemporaneo soffre di una progressiva anestesia dello sguardo. Questa è la conseguenza della sovrabbondanza di immagini che, generate senza tregua dalle fonti più disparate, scorrono sul palcoscenico dell’esistenza quotidiana provocando un effetto di saturazione. Un tempo l’individuo irrequieto e curioso, l’appassionato d’arte, l’amante della natura traevano incentivo al viaggio dalle vedute dipinte, dalle copie delle opere d’arte e soprattutto dalle incisioni economicamente più accessibili. Era loro ignoto il grado di sazietà provocato dalla caterva di immagini in mezzo alle quali viviamo, un accumulo che per altro svilisce e toglie vigore agli originali. Le citazioni dei classici e le incisioni sommarie delle guide di cui si servivano nei viaggi stimolavano la fantasia lasciando amplissimo spazio all’immaginazione. Goethe ricorda di avere avvertito il primo richiamo dell’Italia guardando le stampe di Piranesi che il padre teneva appese in sala da pranzo. Funzione analoga avevano le descrizioni dei viaggiatori del passato i quali, più che esaurire la scena con le loro inquadrature verbali, ne proponevano il godimento. Affini alla meta agognata, gli oggetti della visione e del desiderio, una volta raggiunti, rivelavano un’intatta bellezza, una sorprendente bizzarria e un potenziale di seduzione di cui lo spettatore aveva avuto solo vaghissimi indizi. Ma quando quegli stessi oggetti – siano pure paesaggi, architetture, opere d’arte più o meno famose – vengono di continuo riproposti nei contesti più banali, quando diventano supporto alla pubblicità, finiscono per ammantarsi della sdrucita livrea dello scontato e dell’ovvio.

OLTRE IL SENTIERO BATTUTO

Per Susan Sontag il fotografo sarebbe “la versione armata” del viaggiatore solitario. Le sue fotografie non si limitano ad attestare quello che esiste, ma quello che egli stesso, come individuo, vede e osserva. Le foto non sono quindi soltanto un documento, ma un’interpretazione e una valutazione della realtà che ci circonda. In senso generale la fotografia crea una maniera di vedere che è allo stesso tempo razionalmente lucida eppure istintiva, partecipe e distaccata, e soprattutto sempre più affascinata dai margini, dai bordi e dalle bizzarrie. Il ruolo del fotografo che si pone oggi in viaggio, sia in senso metaforico e sia letterale, si assume un compito che è etico ed estetico allo stesso tempo: quello di approfondire il significato dell’immagine e di restituirle dignità restaurando o facendo emergere i valori che sono stati smussati o corrosi dalla sua stessa riproducibilità e dalla consuetudine. Con il suo scatto egli crea una discontinuità salutare invitandoci a distogliere lo sguardo dal flusso inarrestabile delle immagini che saturano la curiosità, anestetizzano il cuore e soffocano le emozioni.
In principio era la selezione, si potrebbe dire. Selezione di itinerari e di luoghi che ha permesso al Grand Tour e alla sua parte privilegiata, il viaggio in Italia, di rinnovarsi, di deragliare dalle rotte consuete e dalle poste fisse, per scoprire nuovi orizzonti e sperimentare nuove emozioni. Dall’ultimo Ottocento in poi si sono lasciate da parte le mete più conclamate e, per dare un senso nuovo al viaggio e assaporare il brivido dell’imprevisto, si sono esperiti itinerari turisticamente insondati e si sono scoperte zone del paese neglette, prive all’apparenza di particolari attrattive. Come dicevano gli infaticabili protagonisti del Grand Tour, per rinnovare il viaggio e la visione, si deve andare oltre the beaten track, inaugurando, come suona il titolo di questa mostra, A Tour not so Grand. Oppure, visitando un luogo arcinoto, saranno da scoprirne aspetti inconsueti, angoli appartati, tuttavia capaci di sprigionare un’indefinibile malia. Già nel primo Novecento la scrittrice americana Edith Wharton invitava ad andare al di là dei primi piani a tutti familiari, per perdersi nei molto meno noti fondali dei quadri e dei paesaggi, e ricordava allo svagato turista con la macchina fotografica sull’ombelico che le città vanno sempre colte di sorpresa, prima che abbiano il tempo di darsi il trucco e di mettersi in posa. Anche l’arte della fotografia ha seguito un analogo percorso portando in primo piano ciò che appare marginale, frammentario, casuale, posticcio per coglierne l’inedito fascino.

Massimo Baldini, Milano, Acquario Civico, 2018
Massimo Baldini, Milano, Acquario Civico, 2018

STRADE INCONSUETE

È in questo senso che il viaggio fotografico di Massimo Baldini percorre strade inconsuete e privilegia poste che irridono ai fasti del turismo e alle sue paludate genealogie. Cos’altro sono i suoi minuscoli musei di provincia, le sacrestie, gli angoli appartati di chiese piccole e grandi, i gabinetti di rarità con gli inconsueti reperti, se non un modo nuovo di riscoprire il mondo prendendo spunto dal dettaglio, dallo stravagante, dall’effimero? A somiglianza della contemporanea corrispondenza scritta di viaggio, anche l’itinerario fotografico di Baldini presentato in questa esposizione è sotteso da una sua continuità narrativa e tende a trasformarsi in racconto. Ciò è possibile perché le singole immagini fotografiche, non avendo a che fare con più o meno conclamati capolavori, non sentono il bisogno di imporsi con arrogante perentorietà, ma fluiscono con il sommesso brusio della quotidianità distolta dalla sua quieta consuetudine. Ne è un esempio il milite bambolotto della grande guerra nel Cimitero della Certosa, a Bologna, a cui viene imposto di vigilare sulla retrostante parata monumentale. Oppure è il papa del Museo della Città di Ancona, copia frammentaria della statua di Clemente XII di piazza del Plebiscito, che la resezione provvidenziale del soppalco riduce a icona benedicente. Altrove l’inquadratura inconsueta, o il taglio prospettico hanno una funzione, per così dire, spaesante del soggetto. Funzione che può apparire ironicamente dissacrante nel San Sebastiano ripreso dal sotto insù con i suoi arredi e corredi, oppure demitizzante nella testa classica in gesso posta perigliosamente in bilico sugli armadietti del Museo archeologico di Bologna.
Come in ogni racconto che si rispetti, anche queste foto sono delle figure retoriche. Ora si rivelano metafore, come la corda che annoda le mani del Cristo della Cattedrale di Bitonto la quale, fresca di intreccio, ci ricorda che con i nostri atti continuiamo ancora oggi a flagellare il Redentore. Ora sono sineddochi, cioè parti selezionate per rappresentare il tutto, come le manine di mummia e i polsini candidi del Museo del costume farnesiano di Viterbo. All’idea della continuità narrativa coopera quello che, nell’immediato e più di tutto, ci colpisce nella sequenza di queste foto, vale a dire l’assenza degli esseri viventi, persone o animali che siano. Ci sentiamo in questo senso alla stregua di quei facoltosi milordi del Grand Tour i quali percorrevano in lungo e in largo la penisola come se fosse a loro esclusiva disposizione, sgombra dei nativi o, nel caso fossero presenti, ridotti a pupazzi e a comparse di maniera. Volgendo intorno lo sguardo su queste foto, sembra di muoversi in un mondo di affascinanti chincaglierie, di labili parvenze, o in misteriosi, talora inquietanti depositi: luoghi nei quali il passato può manifestarsi attraverso un’immagine riflessa o colta con la coda dell’occhio, come la statua intravista nel cortile interno del Castello della Badia di Vulci.

Massimo Baldini, Gambulaga (Ferrara), Piccolo Museo della Civiltà Contadina, 2017
Massimo Baldini, Gambulaga (Ferrara), Piccolo Museo della Civiltà Contadina, 2017

LA FOTO NELLA FOTO

Il giuoco più intrigante in cui queste fotografie impegnano l’osservatore è comunque quello costituito dalle foto che ritraggono, e quindi contengono, altre foto. Anche in questo caso ci confrontiamo con una ben nota tecnica narrativa che i retori definiscono del racconto nel racconto. Con la differenza che, nel caso delle foto, il procedimento può sortire effetti conturbanti, come il giovane San Pio da Pietralcina che s’affaccia a un finto schermo del Santuario di San Giovanni Rotondo. Oppure può evocare un moderno genius loci, ed è il caso del murale con Rodolfo Valentino intravisto a Castellaneta; o una gloria canora d’altri tempi, come un ispirato Ernesto Bonino proposto dalla copertina del “Canzoniere della radio” che occhieggia fra le fisarmoniche del museo di Castelfidardo. In altre occasioni, la foto nella foto può assumere effetti ironici, ed è il caso della cassettina delle elemosine con l’immagine di una florida Sant’Agata che raccoglie i tributi nella Cattedrale di Gallipoli; o la copertina del Notiziario della Parrocchia di Magliano a Pereta con il volto del sacerdote posto accanto al muso leonino, simbolo di San Marco evangelista. Solo l’occhio sottilmente percettivo e addestrato sa cogliere l’incongruità e l’ironia in scene che per noi tutti sarebbero insignificanti. La foto più divertente è comunque quella che a sua volta racchiude la foto incorniciata dei due fondatori di un’impresa artigianale pugliese produttrice della cola-cola – siamo nell’omonimo museo di Gravina di Puglia – un fischietto a forma di uccello prediletto dai bambini. Saliti in gita al nord, a Venezia, i due imbarazzati compari vengono immortalati mentre compiono il più banale rito turistico con l’offerta di granoturco ai piccioni, senza il richiamo del fischio naturalmente.
Dopo la sequenza di polipi, di pesci, di uccelli impagliati, di scheletri di animali preistorici non poteva mancare il loro protettore e patrono, il Sant’Antonio Abate della sacrestia della chiesa di Giuggianello il quale, in mezzo al bric-à-brac di suppellettili, stendardi e altoparlanti, sembra volersi riposare dopo la processione. Una foto come questa ci ricorda che proprio la scelta programmatica di itinerari alternativi e di poste minori e minime conferisce un senso a tutto ciò che, in scene artificiosamente costruite e patinate, parrebbe fuori luogo e inopportuno. Con le foto di Massimo Baldini impariamo invece ad addestrare lo sguardo, a osservare la complessità delle cose, a cogliere l’ironia della vita nell’accumulo incongruo, nel dettaglio, nello scarto insignificante e a fare della distrazione una risorsa dell’immaginario. Come avviene nel caso dei cavalli e cavallini del Museo della Civiltà Contadina di Gambalunga, le cui labili ombre fanno affiorare alla memoria un’infanzia lontana.

Attilio Brilli

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