Dal Palazzo di Guarene al Mattatoio di Madrid

Madrid. Come ilgiornaledellarte.com aveva annunciato in anteprima a febbraio 2016, un centinaio di opere della collezionista torinese Patrizia Sandretto Re Rebaudengo verranno esposte in permanenza a Madrid.Dopo quasi due anni di trattative, lunedì a Madrid è stato firmato l’accordo tra la collezionista (che aveva preso in considerazione anche Londra, Berlino e Lisbona), la sindaca di Torino Chiara Appendino e quella di Madrid Manuela Carmena, che cede per 50 anni lo spazio espositivo in cambio di cento opere in comodato. Queste verranno esposte a rotazione nel capannone 9 (la Nave 9) del Matadero, l’antico mattatoio di Madrid, riaperto nel 2007 come centro culturale polivalente.Patrizia Sandretto ha annunciato che in futuro nella raccolta aumenterà la presenza di artisti spagnoli e che la fondazione produrrà anche opere e progetti, oltre a organizzare mostre temporanee, workshop e altri programmi educativi «come fa a Torino da vent’anni». La collezionista ha assicurato che la sede italiana e quella spagnola saranno completamente indipendenti. «Madrid è una grande capitale europea e un ponte con l’America Latina, un continente sempre più importante nel mondo dell’arte contemporanea», ha spiegato, senza nascondere la soddisfazione.Dirigerà lo sbarco della Sandretto a Madrid Carmelo di Gennaro, conosciuto e stimato per avere diretto l’Istituto Italiano di Cultura di Madrid, durante uno dei suoi periodi più attivi, tra il 2010 e il 2016. Il compito di preparare la nuova casa della raccolta è stato affidato a David Adjaye, architetto del Ghana, autore della nuova sede del National Museum of African American History & Culture a Washington, parte della Smithsonian Institution, e lo spagnolo Arturo Franco, responsabile già di vari interventi nel Matadero. Questo immenso insieme di edifici, diretto dalla specialista in videoarte Carlotta Alvarez Basso, accoglie diverse istituzioni e oltre duemila attività all’anno. Solo la Nave 9, costruita nel 1932 come mattatoio di volatili, occupa una superficie di 6.300 mq, il doppio della sede torinese della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, che ha aperto il suo primo spazio espositivo nel palazzo di famiglia a Guarene d’Alba.La sindaca di Madrid ha assicurato che «creerà opportunità per artisti, curatori e amanti dell’arte contemporanea», ciononostante il progetto ha suscitato critiche e un certo malessere in alcuni ambiti artistici della capitale spagnola, che lo accusano di opacità (i dettagli dell’accordo non sono stati resi noti) e di essere completamente estraneo alla realtà e alle problematiche dell’arte in Spagna. Articoli correlati:La collezione Sandretto va a Madrid

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Al MAXXI la prima personale in Italia di Kemang Wa Lehulere

Kemang Wa Lehulere in his studio, Cape Town 2016 Photo: © Paul Samuels

“Bird Song”  è il titolo della mostra presentata dal MAXXI con Deutsche Bank di uno degli artisti sudafricani più interessanti della nuova generazione, vincitore del premio Deutsche Bank’s “Artist of the Year” 2017 

ROMA –  Si chiama “Bird Song” la prima personale in Italia dell’artista sudafricano Kemang Wa Lehulere, vincitore del premio Deutsche Bank’s Artist of the Year 2017, ospitata dal 27 settembre al  26 novembre 2017 al MAXXI di Roma e curata da Britta Färber, capo curatrice del dipartimento di Arte, Cultura e Sport di Deutsche Bank e Anne Palopoli curatrice del MAXXI.

Si tratta di un progetto incentrato sul dialogo tra le sue opere e quelle di Gladys Mgudlandlu (1917-1979) un’artista autodidatta le cui opere erano incentrate soprattutto su paesaggi e uccelli, che le valsero il soprannome di Bird Lady

L’incontro di Wa Lehulere con l’arte di Mgudlandlu è puramente casuale. L’artista, infatti, cresciuto a Gugulethu, una township di Città del Capo, nello stesso quartiere della Mgudlandlu, scopre che sua zia Sophia Lehulere aveva visitato la casa della pittrice e conservava ancora il ricordo dei suoi murales: insieme a lei inizia dunque una ricerca sulle tracce di quei dipinti, riportandone alla luce alcuni che hanno ispirato questo progetto. 

Nella mostra romana sono quindi esposti una serie di lavori dal titolo Does this mirror have memory (2015) composti da dipinti della Mgudlandlu, ed elaborazioni disegnate con il gesso su lavagne nere, realizzate dall’artista insieme alla zia Sophia. Scopo del progetto non è tuttavia quello di riabilitare la memoria di un’artista dimenticata, quanto quello di creare un dialogo tra il presente e il passato del Sud Africa. L’arte di Wa Lehulere esprime un profondo radicamento con la terra di origine e con la propria storia personale. La forza del suo lavoro risiede inoltre nelle questioni che solleva, relative alla scrittura della storia, alla fallibilità della memoria e l’impossibilità di un tempo che sia lineare. Nell’analisi della propria storia, di quella delle persone che lo circondano e di intere nazioni, le opere dell’artista ci interrogano su quale sia il terreno comune tra memoria personale e storia autorizzata.

La mostra, che si inserisce nell’ambito di Expanding The Horizon, l’iniziativa promossa dal MAXXI per sviluppare ambizioni globali e collaborazioni tra il museo, e altri istituti e collezioni private, presenta circa venti opere, tra cui anche due grandi installazioni. La prima è My Apologies to Time (2017) che dialoga con alcuni acquerelli di Gladys Mgudlandlu che rappresentano paesaggi al limite dell’astrazione, interpretabili come inno alla libertà, ma anche come denuncia delle deportazioni cui la popolazione nera venne costretta durante l’Apartheid.  La seconda Broken Wing (2017) attraverso la quale l’artista esprime la sua denuncia nei confronti delle passate condizioni coloniali.

Il titolo dell’esposizione, BIRD SONG, è ripreso da una canzone jazz scritta per Miriam Makeba. Il jazz è parte integrante della vita e dell’opera di Wa Lehulere. In edizione esclusiva per la mostra, l’artista ha composto e registrato un album con il musicista Mandla Mlangeni, il cui spartito fa parte dell’opera Lefu la ntate (2017) realizzata con un pentagramma di capelli neri, un omaggio alla musica, all’identità nera, alla resistenza e alla lotta per la libertà e l’uguaglianza, rappresentati dallo stile delle acconciature afro.

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