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Lo sguardo americano su Spoleto. Joseph Montgomery a Bologna

La pittura che diventa spessore, il collage che diventa pittura, ma anche l’algoritmo che determina la forma da cui partire: questi gli aspetti più evidenti del lavoro del neanche quarantenne Joseph Montgomery (Northampton, 1979). Ha già esposto al MASS MoCA e alla Kunsthaus Baselland di Basilea e ora ha sentito la necessità di un viaggio italiano, proprio nel cuore di quella civiltà che rende il nostro Paese ancora evocativo.
Il processo fortemente sperimentale, volto alla formalizzazione dell’astrazione, si interseca con la romantica necessità di riattivare il muscolo del ricordo, citando ossessivamente ad esempio il rosa antico, che appare nel paesaggio civile della città umbra. Le opere realizzate con lo “shim”, ovvero accostando diversi spessori di legno, sono in qualche modo la sua firma. Create utilizzando una sequenza numerica che poi ne diviene anche il titolo, espongono la superficie a possibilità che confinano con la scultura e il ready made, ricorrendo però a un processo costruttivo apparentemente razionale in toto. Da vedere, cercando di cogliere questa contraddizione inestricabile, questo movimento ossimorico che, come un pendolo, ritma la creazione delle quindici opere ideate appositamente per questa esposizione bolognese.

Elettra Stamboulis

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