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Il RAM di Shanghai ospite a Torino. Dalla Cina, al sud-est asiatico, con furore

Ospitando la mostra collettiva Tell me a Story: Locality and Narrative, prodotta nel 2016 dal Rockbund Art Museum di Shanghai, la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo dà seguito alla politica di collaborazione e scambio con il museo cinese, che dal 2015 annovera Patrizia Sandretto tra i membri del proprio advisory board e che di recente ha presentato, nella mostra Walking on the fade out lines, una selezione di opere dalla collezione torinese.

ARTE NARRATIVA, DAL PARTICOLARE AL GENERALE

Curata da Hsieh Feng-Rong, membro fondatore del RAM, e Amy Cheng, curatrice indipendente di spicco sulla scena taiwanese – suo il padiglione di Taiwan alla Biennale di Venezia nel 2011 – Tell me a story porta a Torino una rassegna d’arte contemporanea asiatica che conferma l’attuale tendenza globale al metodo narrativo: al raccontare storie che, a partire da una prospettiva individuale (spesso quella dell’artista), permettono di ricomporre un intero contesto collettivo, nelle sue dimensioni sociali e culturali. Il risultato è una mostra dall’umore inquieto e inconsueto rispetto a quello solitamente associato all’arte asiatica, secondo la visione mainstream tipica delle grandi narrazioni.
Nati tra la fine degli Anni Sessanta e gli Anni Ottanta, gli artisti inclusi in questa selezione conducono la propria indagine al di là della superficie stereotipata e turistica di famose metropoli come Hong Kong, Taipei e la stessa Shanghai, oppure si concentrano su contesti locali marginali. Si passa così dall’attualità, fatta di attriti, conflitti e gravi problemi ambientali, al ricordo traumatico del passato, legato a esperienze di guerra e drammi familiari; passando per la rielaborazione immaginifica, e quasi situazionista, di nuove configurazioni e riletture del contesto urbano.

Tell me a Story. Exhibition view at Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino 2018. Photo credit Giorgio Perottino
Tell me a Story. Exhibition view at Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino 2018. Photo credit Giorgio Perottino

LA GUERRA VISTA DALL’ASIA

In molti lavori è presente il tema della guerra. Nel video Fireworks (Archive) per esempio, il tailandese Apichatpong Weerasethakul fa riferimento a disordini politici attuali ma anche ai bombardamenti operati dagli Stati Uniti durante la guerra contro i Viet Cong. In Provisional Studies: Workshop #1 “1946–52 Occupation Era, and 1970 Between Man and Matter”, il giapponese Koki Tanaka ricorda l’occupazione militare statunitense e le vicende legate al Kyoto Municipal Museum of Art, le cui sale espositive furono trasformate in campi da basket per i soldati, mentre nel 1970 furono “impacchettate” da parte di Christo. L’articolata installazione dei coreani Haejun Jo e Kyeong Soo Lee parte dal coinvolgente racconto disegnato, quasi una graphic novel, di Jo, che recupera la memoria del padre per ricostruire la storia collettiva del popolo coreano, durante l’occupazione giapponese. O ancora il giapponese Tomoko Yoneda denuncia la violenza del dopoguerra, che ha stravolto confini fisici e mentali sull’isola Sakhalin.
Nell’edizione torinese, la collettiva si è inoltre arricchita di tre nuovi artisti invitati dai curatori. Spicca per suggestione e poesia l’installazione di Lucy Davis (inglese che ha vissuto per otto anni a Singapore), con il suo teatro d’ombre meccanico, che letteralmente proietta una dimensione onirica e ludica sullo spettatore.

– Emanuela Termine

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