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Autoritratto di gruppo. La nuova generazione dell’arte italiana a Bologna

Non solo la memoria è segnata dalle contraddizioni, ma anche la produzione di materiale per la memoria di un futuro, che si spera prossimo, è contraddistinta da questo andare e venire tra senso e non senso, tra il dire e il sottintendere. E la mostra curata da Lorenzo Balbi, con l’ausilio di Sabrina Samorì e Stefano Vittorini, ha la matrice di un’operazione che si pone orizzonti ampi. Nella selezione di Balbi non ci sono infatti tentativi di individuare correnti, parenti o affinità: quello che riconduce all’esperienza è l’essere nati dopo il 1980, l’aver praticato qualcosa in Italia, perlomeno la nascita.
Il neodirettore ha individuato 56 artisti tra i millennials, ponendo loro una sfida: con quali opere volete essere rappresentati? Una co-curatela, insomma, tra panopticon del critico e autoriflessività dell’artista e dei collettivi selezionati, che hanno avuto inoltre la possibilità, grazie all’intervento degli sponsor (Gruppo Hera e Gruppo Unipol), di produrre opere ad hoc.
La vite si è ancora attorcigliata in questa operazione di artigiano (nel senso alto del termine) dello sguardo, e ha coinvolto le gallerie degli artisti che già hanno contratti in essere, ma anche chi non è seguito da una galleria specifica, attraverso l’incontro con i collezionisti in anteprima. Insomma, un’azione che mira a mostrare, ma anche a far crescere.
Si esclude l’italianità come codice di fabbricazione, citando Munari e il suo “l’arte è l’arte, le etichette vengono dopo”. Nessun tentativo di coniare nuovi -ismi, ma allo stesso tempo uno scrutare nel buio intenso di una generazione densa, affollata, fluida e iridescente, per individuare perlomeno un canone di pratiche.

That’s IT! Sull’ultima generazione di artisti in Italia e a un metro e ottanta dal confine. Exhibi-tion view at MAMbo – Museo d'Arte Moderna di Bologna, 2018. Photo E&B Photo
That’s IT! Sull’ultima generazione di artisti in Italia e a un metro e ottanta dal confine. Exhibi-tion view at MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna, 2018. Photo E&B Photo

UNA GENERAZIONE MAGMATICA

Di questa generazione “magmatica”, come viene definita, si cerca di coltivare l’eccentricità, ampliando gli spazi espositivi e pervadendo con opere/interventi anche l’area didattica, seminando interventi al Cinema Lumière, stimolando la curiosità intercettata da serie come Stranger Things sugli Anni Ottanta dei teens anche sul versante activities, che però sono pure opere riproposte, come Il palco dell’estinzione di Adelita Husni-Bey, artista e pedagogista che attiva pratiche di iterazione e conoscenza ispirandosi a Ferrer y Guardia e in generale all’approccio libertario all’educazione.
Come una spugna, la mostra si estende anche sul profilo Instagram del museo, si riverbera nell’inconfondibile font creato appositamente per il catalogo da D’Ellena, che si ispira al codice ASCII che tutto ha cambiato nella stampa. Federico Antonini ne ha curato la veste grafica, che lo rende un oggetto d’arte, fatto anche di piccole visioni di opere scelte da ogni artista, componibili come un mosaico a piacere.
Poliedrici anche i mezzi, dall’arazzo di Licciardello & Tagliavia di Great Loss, che ritrae in pose plastiche i calciatori alla fine di Italia – Svezia, partita che ha sancito l’esclusione dell’Italia dai Mondiali, alle 120 giornate ad Abu Ghraib di Bisagni, dittici fotografici che fanno il verso alla pittura sacra, riprendendo da una parte Pasolini dall’altra la tremenda realtà.
Forte l’impatto della prima sala, in cui è stato coinvolto il collettivo di architetti Parasite 2.0. L’effetto è quello di un’opera da biennale, in cui però gli attori coinvolti sono tutti – artisti, architetti e pubblico – che può naufragare tra le opere e fruire lo spazio come habitat, luogo relazione di incontro e conoscenza, non predeterminato. Anche per le didascalie l’idea di curatorialità diffusa ha visto coinvolto Stefano Vittorini, che proviene dall’humus del progetto CAMPO della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino e che nel suo percorso di designer e curatore è sempre parte di una tela di ragno.

Diego Tonus e Anonimo, A Moment of Darkness, 2018. Courtesy l’artista. Installation view at MAMbo – Museo d'Arte Moderna di Bologna, 2018. Photo E&B Photo
Diego Tonus e Anonimo, A Moment of Darkness, 2018. Courtesy l’artista. Installation view at MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna, 2018. Photo E&B Photo

L’ASSENZA DELLA PITTURA

C’è spazio per qualsiasi supporto, qualsiasi materiale e qualsiasi tema. Forse l’enigma di A moment of Darkness di Diego Tonus e Anonimo, che gioca alla matrioska della password, alla vertigine del falsario, rappresentando in scala 1:1 un vero falsario di cui ovviamente non si può conoscere l’identità, è una sfida a guardare nel buio di questa galassia generazionale.
C’è sicuramente una grande assente, ed è proprio lei, quella a cui si pensa quando si dice Italia e arte, ovvero la pittura. Rimasta fuori fuoco in questo multiforme autoritratto di gruppo.

Elettra Stamboulis

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